Prima esponente PCI-PDS-DS, poi consigliere di Massimo D'Alema a Palazzo Chigi e assessore alla Regione Campania, oggi è uno dei più noti spin doctor d'Italia ed è socio fondatore di Reti, prima società italiana di Lobbying e Public Affaire. Spinning Politics ha intervistato per voi Claudio Velardi.
Da veterano della politica e della comunicazione, come interpreta gli ultimi avvenimenti politici nazionali, anche attraverso la lente della comunicazione politica?
Gli ultimi avvenimenti politici in Italia sono come quelli di un tossico all'ultimo stadio. La politica italiana si è progressivamente intossicata di comunicazione, la quale è una droga micidiale perché, come tutte quante le droghe, se ne deve assumere sempre di più fino al punto in cui il circuito impazzisce e quindi si finisce per smarrire il messaggio...
… Vuole dire che c'è solo comunicazione e non c'è più politica?
È esattamente quello che sta accadendo. La ragione naturalmente arriva da molto lontano, da quando, con il crollo del muro di Berlino e con Tangentopoli, si è conclusa un'era della politica, quella dei partiti, che un po' dappertutto, in tutto il mondo, è stata sostituita con la politica del leaderismo.
In Italia, il vuoto del sistema politico creato con il crollo di Tangentopoli è stato occupato da Berlusconi - guarda caso un campione della comunicazione - il quale ha radicalmente modificato la comunicazione politica, in qualche modo creandola, perché fino ad allora era stata poco significativa. E oggi, proprio lui che l'ha creata, è schiavo dei meccanismi che egli stesso ha generato, poiché all'interno di questi ultimi si è creato un contro-meccanismo, quello mediatico-giudiziario, che lo attacca sempre e solo sul piano della comunicazione. Per cui oggi lo scontro in Italia è solamente di carattere comunicativo. Da una parte c'è il grande comunicatore e dall'altra c'è il circuito mediatico-giudiziario. Ma manca la politica, mancano i contenuti. La fotografia è questa, come se ne esce? Se ne uscirà nel momento in cui emergerà un nuovo leader portatore di contenuti che riuscirà a spezzare il cortocircuito mediatico-giudiziario e quando il sistema politico troverà un nuovo assetto che così com'è non va.
A proposito del sistema politico, facciamo un passo indietro. Alle elezioni regionali 2010, attraverso le campagne da Lei curate – quelle di Renata Polverini nel Lazio e di Vincenzo De Luca in Campania – emerge un Suo chiaro giudizio sull'attuale sistema partitico italiano, ovvero un sistema caratterizzato dal superamento dei partiti e quindi del voto ideologico a favore di quello leader oriented. Tale orientamento oramai è innegabile, ma perché allora le Sue campagne destano tanto scalpore?
Quando i leader sono interessanti e hanno cose nuove da dire sono sempre trasversali ai blocchi esistenti. Altrimenti non sono interessanti. I leader presenti sulla scena politica attuale che destano più attenzione sono quelli che vanno al di là dello schieramento di appartenenza. Renzi, ad esempio, perché suscita curiosità, attenzione? Perché è bravo, si sa imporre ai media, ma soprattutto perché lancia un messaggio trasversale. In qualche modo, il fatto che oggi le campagne azzeccate siano quelle leader oriented dimostra ciò che abbiamo detto prima, ovvero che è finito il sistema politico tradizionale. È finito il voto di appartenenza, il voto ideologico.
L'anno scorso Polverini e De Luca li ho scelti, perché mi interessavano, perché tutti e due erano portatori di messaggi non allineati ai loro schieramenti. D'altronde, in un sistema bipolare come quello italiano il problema è sempre che per vincere bisogna sfondare nel campo avversario. Quindi il lavoro dei consulenti politici, degli spin doctor è quello di portare “il proprio cliente” da una parte a fare il pieno dei suoi voti, e poi a prendere quel pezzetto in più che sarebbe del nemico.
Infine, le campagne destano scalpore perché il sistema mediatico è pigro e quindi succede sempre che ciò che tende a fare notizia è che ad esempio lo spin doctor di d'Alema fa la campagna a uno di sinistra e a uno di destra. Naturalmente ciò giova anche a me, perché mi permette di stare sui media.
Sono prossime le elezioni amministrative in molti comuni italiani, tra cui città importanti come Milano, Torino, Bologna, Napoli. Città dove si sono svolte o si stanno per svolgere le primarie del centro sinistra. Crede che dal punto di vista della comunicazione politica si registreranno delle novità? Si punterà sui new media?
I new media stanno crescendo. Fino a prima delle regionali dell'anno scorso, la questione dell'utilizzo della rete per la politica italiana era un discorso da fare al candidato in occasione della campagna elettorale per motivi formali e per evitare che venisse attaccato dai giornali che, nella loro pigrizia, dicevano “quello non ha nemmeno il sito”. Così il consulente doveva spiegare al candidato che era necessario realizzare il sito web, poi però il sito non veniva utilizzato, veniva usato solo come una vetrina. Successivamente, invece, grazie anche a Facebook, lo strumento più semplice del web, c'è stata un'attivazione effettiva e uno sfruttamento della rete. Ora i politici hanno capito che devono utilizzare il web, ma: 1) hanno paura di gettarsi nella rete. Perché dal momento in cui il politico si getta nella rete, poi deve interloquire, rispondere, e non si può farlo fare ad altri altrimenti la gente capisce e lo respinge. Così bisogna rispondere anche alle cose sgradite. 2) I politici fanno un uso elementare della rete, in alcuni casi anche un po' ridicolo. Ad esempio, non si può fare di facebook solo il luogo in cui riportare i comunicati che si fanno, laddove invece si deve interloquire, dialogare, altrimenti un uso sbagliato del mezzo rischia di essere addirittura dannoso.
In sostanza, la rete sta crescendo di importanza e non c'è dubbio che sarà utilizzata anche nelle prossime elezioni. Sarò infatti, insieme ad alcuni professionisti di Google, uno dei relatori del seminario gratuito organizzato da Running, rivolto ai candidati e ai loro staff, dedicato alle strategie web nella comunicazione elettorale. Naturalmente l'errore da non fare è pensare che la rete possa sostituire la realtà. La rete è una cosa e la realtà è un'altra, non si possono sostituire. La rete può servire moltissimo per mobilitare elettori, simpatizzanti, per dialogare con la gente. Poi, ci vuole sempre il momento del contatto fisico, che continua ad essere la cosa più importante. Anzi più cresce la dimensione della rete e più cresce l'importanza del contatto fisico, ovvero il momento in cui il candidato gira per i quartieri, stringe mani, conosce persone. Altrimenti la virtualizzazione della politica non si trasforma sul piano del voto.
A Suo avviso, in Italia c'è un futuro per la professione del consulente politico? E se sì, quali consigli darebbe ai giovani che oggi si affacciano in questo mondo professionale?
Il futuro c'è perché la politica non morirà e avrà sempre più bisogno di un grado maggiore di specializzazione. Il problema è che il mercato è molto ristretto poiché il sistema politico si è chiuso a riccio: si sono fatte le leggi elettorali per nominare i parlamentari e non per eleggerli. Nei sistemi locali, invece, c'è ancora un margine di azione ed infatti è lì che funziona meglio la consulenza politica. Quindi il futuro c'è, ma il mercato al momento è molto ristretto.
A chi vuole seguire questa strada, entrare nel mondo della comunicazione politica, il consiglio che do è quello di andare oltre gli specialismi, perché non si può pretendere di avere già la segmentazione che si ha negli staff anglosassoni dove c'è lo strategist, il pollster, l'ufficio stampa. In un mercato ristretto come quello italiano, i giovani che vogliono crescere devono puntare a concepire la comunicazione come un tutt'uno. E poi, per sfondare in questo mondo bisogna avere ed allenare una specie di sesto senso, un fiuto politico. La politica e la comunicazione politica possono essere imparate, sui manuali, sui libri, facendo esperienza, però bisogna avere quella specie di sesto senso, che è il fiuto politico, per capire dove sta andando la politica. Naturalmente non è una cosa innata, è un fiuto che si acquisisce con l'allenamento, con la curiosità, che è la cosa che mi sta più a cuore di tutte. Ad esempio, la mattina non leggo i giornali, li sfoglio sommariamente, però so sempre quello che succede. Non solo perché ho accumulato decenni di esperienza, ma il punto è che io sono sempre curioso di capire quello che sta accadendo. È una curiosità animale la mia. E sono sempre sul pezzo, quindi, non perché leggo quotidianamente i giornali, ma perché in tutte le manifestazioni della mia vita sono assalito dalla curiosità. È la componente fondamentale da allenare. Se infatti si pensa che questo mestiere si fa in maniera impiegatizia, non si va da nessuna parte.
Quindi che ruolo ha la formazione nel forgiare le nuove leve della consulenza politica?
Come diceva Charly Parker, la musica si impara attraverso la tecnica, ma poi bisogna dimenticarla per iniziare a suonare con l'anima. Quindi la formazione ci deve essere, perché bisogna conoscere le tecniche della comunicazione politica e tutti quanti i suoi aspetti. Poi però bisogna dimenticarle, nel senso che bisogna utilizzarle in maniera naturale senza rappresentare un condizionamento. E quindi devi sprigionare la tua curiosità perché è l'unico modo vero per affermarsi.
E infine, quanto e in che modo l’associazionismo può contribuire all’affermazione di una cultura della consulenza politica in Italia?
Una risposta secca. Io non credo nell'Associazionismo perché in Italia diventa corporazione. Cioè ci si associa non per trasferire, mettere in rete le proprie competenze, conoscenze, quanto piuttosto per creare una corporazione e cercare di avvantaggiarsi rispetto alle altre corporazioni esistenti. Siccome io sono contrario alle corporazioni, sono per la massima espressione della libertà individuale, temo sempre che l'associazionismo faccia questa fine. L'associazionismo ha senso solo se significa mettere in rete le proprie competenze, le proprie esperienze senza gelosie, perché ciò implica la consapevolezza che qualcosa poi torna indietro. Questo è il vero spirito con cui ci si dovrebbe associare. Se invece non si fa in quest'ottica, allora non ha senso.
Intervista a cura di Marina Ripoli










Grazie Stefano!
Ci saremo :-)