Martedì 06 Settembre 2011 10:10

Il Paese che amavo

Autore:  Walter Di Martino

L'ennesima intromissione nella sua vita privata o un astuto espediente per dare nuova linfa alle sue strategie?

Lo sfogo di Berlusconi, intercettato durante una telefonata con Walter Lavitola e ripreso la scorsa settimana da tutti gli organi di informazione, ha immediatamente dato il via al consueto bailamme di interpretazioni, più o meno ardite, su quanto le parole del premier fossero spontanee o piuttosto dettate dalla “speranza” di vederle imperversare nello spazio mediatico italiano e internazionale.

Provare a sciogliere questo dubbio sarebbe poco proficuo, tanto quanto soffermarsi ulteriormente sull'annullamento del confine tra uomo pubblico e privato, che sempre viene tirato in ballo in simili circostanze. A meritare un opportuno approfondimento invece è il modo in cui quelle parole entrano a far parte del “pensiero berlusconiano”.

«Anche di questo - dice Berlusconi, a proposito di alcuni aspetti della vicenda P4 - non me ne può importare di meno, perché io... sono così trasparente... così pulito nelle mie cose... che non c'è nulla che mi possa dare fastidio,capito? Io sono uno che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato... quindi... io sono assolutamente tranquillo. A me possono dire che scopo... è l'unica cosa che possono dire di me, è chiaro? Quindi io... mi mettono le spie dove vogliono... mi controllano le telefonate... non me ne fotte niente... io tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei, da un'altra parte e quindi... vado via da questo paese di merda... di cui sono nauseato. Punto e basta».

Il Paese che amava così tanto da spingerlo a scendere in campo nel 1994 è diventato a 17 anni di distanza un “paese di merda”: su quali snodi di questa mini narrazione si poggia l'attività interpretativa dell'opinione pubblica?
La riflessione secondo cui Berlusconi non è riuscito, nonostante i tanti anni di governo, a evitare che l'Italia diventasse un Paese tanto spregevole, è sicuramente logica e i suoi detrattori se ne sono prontamente fatti carico: prometteva di migliorare le cose, ma non ce l'ha fatta.
Questa lettura però, nello spazio mediatico contemporaneo, basato sulla rapida fruizione delle informazioni e su pratiche interpretative istintive, finisce col soccombere rispetto ad un altro punto di vista, quello che affibbia a Berlusconi il ruolo di vittima: come può risollevare le sorti del nostro Paese se si trova sempre assediato da mille nemici?

Dalle parole del premier emerge che non c'è nulla che possa essere detto contro di lui, a meno che non si voglia essere tanto bacchettoni da soffermarsi ancora sulla sua passione per le donne. Questo aspetto tra l'altro, quello della sua virilità ostentata, è da sempre un elemento di grande appeal per una parte sostanziosa del suo elettorato.
Si dice persino pronto ad abbandonare l'Italia e quei privilegi che tutti gli rimproverano di difendere con eccessivo ardore: l'attaccamento alla poltrona che tanto viene rimproverata alla casta non è una sua peculiarità.
Un indiscusso capolavoro dal punto di vista comunicativo va poi rintracciato nella dichiarazione di Berlusconi a poche ore dalla pubblicazione dell'intercettazione, questa sì, rilasciata in veste pienamente pubblica mentre lasciava l'Eliseo al termine della conferenza internazionale sulla Libia: 

«E' così un Paese - ha continuato - in cui le cose che si dicono al telefono non sono coperte dal segreto, in cui uno non è sicuro della inviolabilità delle cose che dice al telefono e se le vede pubblicate sui giornali. Cose dette magari in un momento di rilassatezza, o con un sorriso o per paradosso».

Giustificare i toni forti dell'intercettazione, quasi scusandosene, e allo stesso tempo ribadirne i concetti: giochi di prestigio di un uomo pubblico che procede a braccetto con il suo alter ego privato. Una figura costitutivamente ibrida: l'unica in grado di abitare con successo un ambiente complesso come la sfera politica degli ultimi 20 anni.

Walter Di Martino

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