Negli ambienti politici romani la notizia era già cominciata a circolare qualche giorno fa: pare che Italo Bocchino abbia incaricato un sondaggista di testare l’appeal elettorale di Gianfranco Fini al fine di stabilire se il suo cognome possa essere inserito all’interno del simbolo di Futuro e Libertà. Tira aria di elezioni anticipate – del resto, non potrebbe essere altrimenti, di fronte allo stallo che caratterizza gran parte della politica attuale – e la “chiamata alle urne” spinge quasi tutti i partiti ad organizzarsi per fronteggiare un corpo elettorale che, stando a quanto rilevato da diversi osservatori, sarebbe portato ad optare per l’astensione. A starsene quindi rintanato nelle proprie case – o a fuggire verso località marine – rinunciando così ad eserciate quel sacrosanto diritto/dovere che spetta ad ognuno di noi.
Per chi cerca di conquistare posizioni di prestigio ed accedere alla tanto famigerata stanza dei bottoni, farsi largo con ciò che ha a disposizione è senza dubbio la normale via da percorrere. Non colpisce dunque il fatto che il luogotenente di Fini si sia deciso a misurare quantitativamente – e qualitativamente – la capacità del proprio leader di essere davvero tale. Di riuscire cioè a mobilitare masse di elettori delusi da Berlusconi e coloro che, attualmente, non si riconoscono in nessuna formazione partitica. Del resto – e si tratta di una teoria abbastanza nota ed elementare, ma che, allo stato dei fatti, pochi dei nostri uomini politici conoscono – la politica procede sì per teorie e congetture astratte, ma si avvale soprattutto di numeri: sia per poter affermare sé stessa, sia per poter sopravvivere nel tempo. Il fatto che anche in Futuro e Libertà si facciano i conti della serva e si cerchi di capire quanto peso avrebbe, in termini di voti, la compagine futurista, non dovrebbe scandalizzare o stupire – è noto a tutti e da diverso tempo l’attivismo esasperante di Bocchino, la sua volontà di scalzare i propri compagni di viaggio, anticipandone le mosse. Chi ha visto in questo atteggiamento un potenziale tradimento perpetrato nei confronti (e all’insaputa) del Presidente della Camera non commette certo un errore, ma sottovaluta un dato fondamentale: quello che si ricordava poc’anzi e cioè che senza consenso reale ed oggettivo la scalata del potere diventa un’utopia. Una non possibilità di emersione, di affermazione e di durevolezza all’interno del tessuto istituzionale. Quello che invece dovrebbe meravigliare è che, dopo mesi e mesi di critica quotidiana nei confronti del berlusconismo e del partito-azienda, ora anche Futuro e Libertà (in questo caso specifico Bocchino) si affidi ai sondaggi per procedere con la propria attività militante e quindi politica. Ci si affida al sondaggista di fiducia e se un certo provvedimento è ben accolto dall’elettorato, allora lo si propone realmente e decisamente: tutto questo era stato criticato fino a poco tempo fa dai futuristi fuoriusciti (o cacciati, a seconda dei punti di vista) dal Pdl.
Se dietro la volontà di Bocchino di misurare il consenso di Fini ci sia o meno un tentativo di rivalsa e riscatto personale, interessa ben poco alla politica e al Paese nel suo complesso. Ma la critica aprioristica e finalizzata soltanto ad essere tale non produce nulla: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Angelica Stramazzi









