L’alleanza tra il Pdl e la Lega Nord vacilla ormai da diverso tempo: l’insofferenza nei confronti di alcune decisioni assunte a colpi di maggioranza – i casi Papa, Milanese e Romano, tanto per fare qualche esempio – espressa dalla base leghista dimostra con tutta evidenza che quel rapporto di fedeltà e stima reciproca si è pericolosamente incrinato. A dirla tutta, subito dopo il voltafaccia padano del primo governo Berlusconi, il Cavaliere si affrettò a dichiarare che con Bossi non avrebbe preso più neppure un caffè. La realtà ha dimostrato altro, non fosse altro perché in politica contano i numeri e con le chiacchiere non si va da nessuna parte.
Un parallelo tra la formazione politica del Senatur e quella del premier appare fuori luogo, essendo le due compagini geneticamente diverse per natura, obiettivi e modalità comunicative. Pragmatismo e linguaggio estremamente confidenziale da un lato, spettacolarizzazione della politica dall’altro; ad accomunare Umberto e Silvio è ancora quel “centralismo carismatico” che nei partiti personali resta ingrediente fondamentale ed indispensabile di qualsivoglia tipo di leadership. Tuttavia, la Lega ha saputo costruire nel tempo una classe dirigente fatta di amministratori locali estremamente preparati e consapevoli delle proprie potenzialità: si tratta di quei tanti Flavio Tosi sparsi e spersi su un territorio che del federalismo ha fatto la propria bandiera. Questo non vuol dire che anche all’interno del Popolo della Libertà non ci siano persone valide e desiderose di fare politica nel migliore dei modi: il 31enne sindaco di Pavia conferma questo assunto. Quel che rileva invece sembra più che altro il piglio deciso con cui i giovani leghisti riescono ad imporsi, contraddicendo la linea generale del loro partito molto più di quanto non accada nel Pdl. Puntano i piedi, alzano la voce, dissentono apertamente da quel “cerchio magico” che tanto li disgusta quanto li opprime – vari e disparati tentativi sono stati condotti al fine di far passare l’idea dell’assoluta inesistenza di una cerchia di fedelissimi riconducibile direttamente al leader della Lega e alla sua signora.
Un punto di contatto tra Bossi e Berlusconi può essere invece rintracciato nel difficile rapporto che il primo intrattiene con il Ministro dell’Interno ed il secondo con il titolare del dicastero economico. Tanto Maroni quanto Tremonti esprimono attualmente il desiderio di smarcarsi da chi siede un gradino sopra di loro, non rinunciando a rubare la scena a chi invece dovrebbe essere da loro stessi supportato e coadiuvato nell’azione di governo. Non si tratta semplicemente di manie di protagonismo e voglia di affermazione personale a tutti i costi; in ballo c’è la possibilità di far passare un’immagine debole ed inaffidabile del proprio leader di riferimento – in questo Tremonti riesce meglio di Maroni, il quale, contestando determinati temi e appoggiando altre istanze, come nel caso del referendum elettorale, non nutre nei confronti del suo capo antipatia e disaffezione. Resta però ancora da chiarire che fine faranno le energie e le idee espresse dalla nuova generazione di leghisti che oggi guarda al futuro di questo Paese: se nel Pdl Angelino Alfano ha assunto questa missione, nella Lega si profila la possibilità che, sfruttando il ddl Meloni, Renzo Bossi possa entrare in Parlamento, dando corso a quella successione naturale che il Senatur vorrebbe tanto vedere compiuta. Se ciò dovesse accadere, la squadra di giovani competenti e brillanti messa in piedi in questi anni dalle camicie verdi si vedrebbe tradita da chi ha sempre criticato l’assenza di meritocrazia e la presenza di nepotismo.
Angelica Stramazzi









