E’ l’ora di tirare le somme. Le prima delle primavere arabe, quella della Tunisia, può fiorire in una calda estate oppure raggelarsi, nuovamente, in un buio inverno.
Tra democrazia e autocrazia, il popolo tunisino sperimenta la prima volta delle elezioni libere. Già, la libertà, una parola difficilmente traducibile nella prassi politica tunisina. Il paese ha conquistato la sua indipendenza dalla Francia nel1956, passando però dalla padella del colonialismo alla pentola dell’autoritarismo del suo primo presidente, Habib Bourguiba. Che nel 1975 è ancora in carica e addirittura si fa proclamare dal parlamento “presidente a vita”. Lo resterà fino al 1987, quando viene rimosso senza sangue dal suo primo ministro dell’epoca. Chi era? Zin El Abiddine Ben Alì, il presidente che finirà detronizzato dalla rivoluzione dei gelsomini il 14 gennaio 2011. In Tunisia studiare la storia politica è facile: 2 presidenti in quasi 55 anni.
10 milioni di elettori in patria e 2 milioni all’estero eleggeranno i 217 seggi dell’Assemblea Costituente che avrà la funzione di redigere una nuova costituzione e nominare un nuovo governo o prolungare quello in carica, in attesa di vere elezioni legislative. Metà dei candidati devono essere donne. Si presentano 22 liste, dagli estremisti islamici di Ennahdna, la Rinascita, fino ai radicali secolaristi del Partito Democratico Progressita, passando per una galassia in evoluzione di movimenti più o meno liberali, demoratici, socialisti e comunisti. L’ossigeno della democrazia vivifica uno scenario politico finora asfittico.
Il grande interrogativo che avvolge questo voto, soprattutto all’estero, è la paura che gli islamisti prendano il sopravvento. Sarebbe come vanificare il martirio di Mohammed Bouazizi, il ventenne che si dette fuoco per protesta contro il malpotere del regime di Ben Alì e che divenne,letteralmente, la fiaccola che fece divampare il fuoco della rivoluzione. Il suo corpo bruciato dal fuoco e dalla rabbia per i continui sopprusi delle autorità contro i più indifesi illumina il senso della rivoluzione tunisina: affermare e difendere i diritti fondamentali della persona e del cittadino, senza esclusioni.
Gli islamici lavoreranno per creare in Tunisia una società aperta e tollerante oppure volgiono solo introdurre la sharia? E’ prematura questa domanda. Ma è anche aggravata dal fatto che questa non è una semplice elezioni legislativa. In questa fase la democrazia è ancora un’anima in cerca di incarnazione istituzionale. Chi vince le elezioni, scriverà la nuova costituzione. Con quale inchiostro, quello del Corano?
Allo stesso tempo c’è un evidente pregiudizio. Considerare gli islamisti un pericolo mortale, significa imporre una discriminazione che ferisce la democrazia ancora prima del voto. Applicare veti culturali o peggio, significa manomettere i meccanismi democratici.
Comunque andrà, nel 2012 o al più tardi nel 2013, visto anche il ritardo con cui si sono tenute queste elezioni, la Tunisia potrà nuovamente esprimere il suo voto e correggere le eventuali scelte sbagliate di oggi. Ma il vero sbaglio è ragionare in modo dogmatico distinguendo già ora tra buoni e cattivi, tra amici e nemici della democrazia. L’islam è una forza troppo forte per essere ancora marginalizzata in un paese a maggiorana musulmana. Va accolto e integrato con le regole democratiche. Altrimenti diventerà un vero estremismo e sarà fuori controllo. A quel punto ci sarà un altro Ben Alì che si offrirà al popolo come salvatore della patria e la storia ripeterà il suo corso.
In questi giorni si svolgono anche elezioni in Irlanda e referendum in Svizzera. Ma l’Europa se ne frega, o quasi. Ma Tunisi è troppo importante, persino per Bruxelles che non vuol sentir parlare di allargamento alla sponda africana del Mediterraneo. Eppure è sulle rovine dell’antica Cartagine che sta nascendo un mondo forse nuovo, sicuramente diverso, un mondo col quale dobbiamo già adesso fare i conti.
Gabriele Cazzulini









