Martedì 15 Novembre 2011 08:27

Democrazia Nazionale: di Destra, ma Democratici

Autore:  Matteo Di Grande

Da oggi Spinning Politics, grazie alla collaborazione di Matteo Di Grande, aprirà una finestra sui quei movimenti politici scomparsi dalla scena politica italiana, ma che, durante la loro attività politica, hanno comunque contribuito a rendere lo scenario politico vivace e di assoluto interesse. Il nostro cammino inizia con Democrazia Nazionale - Costituente di Destra (1977/1979).

La Costituente di destra - Democrazia Nazionale nasce il 21 dicembre del 1976 da una scissione del Movimento Sociale Italiano. Nonostante la sua breve vita, il partito ebbe una segreteria “frazionata” (tre anni per tre segretari); l’uomo che portò il movimento alla rottura fu Ernesto De Marzio, uno dei fondatori dell’MSI. Successivamente conquistò la segreteria Raffaele Delfino e, per ultimo, Pietro Cerullo, già esponente dei gruppi giovanili di destra. Il contrassegno elettorale era un nastrino tricolore tridimensionale, con dodici stelle in cerchio.

La scissione è stata molto travagliata; l’allora regolamento della camera prevedeva che ogni gruppo doveva essere composto da un minimo di venti deputati, a meno che non si fosse già presentato come formazione politica autonoma in due terzi dei collegi, ottenendo almeno una rappresentanza parlamentare.  Avendo gli scissionisti 15 deputati e 9 senatori, si giustifica così l’aggiunta della dicitura “Costituente di destra”  alla denominazione del nascente partito, in quanto la “Costituente di destra per la libertà”  era una vera e propria formazione politica che, in unione con l’MSI, si era già presentata alle precedenti consultazioni: una formazione capeggiata da esponenti moderati, soprattutto da ex DC, voluta da Almirante per riequilibrare il peso delle correnti troppo radicali, ma che ora non riteneva più di rimanere nel Movimento Sociale. Anche gli ex monarchici confluirono in DN, come ad esempio l’ammiraglio Achille Lauro, e il presidente uscente del MSI, Alfredo Covelli. Ma la contesa più accesa si sviluppò per riscuotere il miliardo e mezzo di finanziamenti, cioè quasi la metà di quanto spettava all’MSI, che, proprio grazie alla dicitura CdD, Democrazia Nazionale poté ottenere.

In una tribuna politica del novembre 1978, il segretario di DN Raffaele Delfino, rispondendo ai giornalisti, spiegò bene quale dovesse essere l’ossatura e il futuro del movimento da lui capeggiato. In diverse domande, ai giornalisti che lo accusavano di neofascismo, così rispose: “Come si può oggi, che andiamo verso il duemila, fare ancora la polemica sulla prima metà di questo secolo? Il fascismo è un fenomeno che è partito da sinistra, non è un fenomeno di destra!”. Detto questo, secondo Delfino, “essere legati alla tradizione significa credere in certi valori che non possono essere distrutti dalla rivoluzione”, perché “io credo di più alla forza della tradizione, che a quella della rivoluzione; quest’ultima è un fatto talmente folgorante, talmente immediato, che poi muore lì, finisce subito. La tradizione, invece, vive.”.  A proposito di tradizione, il segretario di DN, citando Benedetto Croce, accusava la sinistra: “la Destra storica è più arditamente riformatrice della sinistra”, come avvenne ad esempio nel caso della “nazionalizzazione delle ferrovie”.  Un’abile mossa polemica, questa del segretario, per fare di Democrazia Nazionale il “Quarto polo”, o meglio, quel “Polo liberal-democratico” e che, a differenza del MSI, si trova a tutti gli effetti “nell’Arco Democratico”. Proprio per questo DN non si sottrae alla politica delle alleanze e prospetta un’alleanza con la DC e con il PLI per “riequilibrare l’asse del paese” ma, al tempo stesso, propone un governo a guida socialista, poiché il PSI “può ridurre l’arroganza del potere della DC”.

Ma, benché la gran parte del gruppo dirigente dell’MSI passò a Democrazia Nazionale, e nonostante gli aiuti finanziari che DN ricevette, anche dal mondo civile, i risultati elettorali furono a dir poco disastrosi; alle elezioni politiche del 1979, gli scissionisti ricevettero una media di voti dello 0,63 alla Camera dei Deputati, e dello 0,56 al Senato della Repubblica. Quattro giorni dopo, alle consultazioni per il parlamento europeo, il risultato fu confermato.

Quelle votazioni hanno spazzato via la prima destra italiana “di governo”, mentre ci resta ancora in sospeso una domanda: la linea politica non fu compresa, come sostenne l’ultimo segretario Cerrullo? E se non fu compresa, ciò si dovette alla troppa e intempestiva modernità della proposta?

Matteo Di Grande

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