Domenica 22 Gennaio 2012 19:17

Il tramonto del cinepanettone. Specchio di un'Italia che cambia.

Autore:  Francesco Colamartino

Il cine-panettone natalizio quest’anno sulle “tavole” degli Italiani viene a stento assaggiato. Non piace più, non rispecchia più i loro gusti.

Lo testimonia la vertiginosa calata di incassi dell’ultimo film di Neri Parenti “Vacanze di Natale a Cortina”, probabilmente il picco più basso di vendite al botteghino che si sia mai registrato nella storia del cine-panettone. Viene da chiedersi se la causa di ciò vada ravvisata nelle trovate ormai fritte e rifritte, nelle formule ormai logore e reiterate fino alla nausea, in personaggi e situazioni ormai così scontati da non destare più ilarità. A ben vedere, in realtà, se si fa un raffronto tra i primi Vacanze di Natale dell’83 e quelli di qualche anno fa, non si ravvisa alcuna innovazione nello stile, nella trama e nei personaggi. Eppure tra l’83 e l’ultimo decennio, la capacità del cine-panettone di affollare i cinema con incassi astronomici non ha subito variazioni di rilievo. Gli Italiani, in tutti questi anni, si sono recati al cinema ogni Natale con la consapevolezza di consumare sempre la stesso piatto, identico a quello del Natale precedente e di tanti altri ancora prima, ma hanno continuato a scegliere deliberatamente di sborsare quei soldi per acquistare il biglietto. D’improvviso, alle soglie del 2012, la linea della vita orizzontale del cine-panettone si è inabissata in un picco vertiginosamente discendente. Che cos’è cambiato dall’età d’oro del cine-panettone (1983-2010) ad oggi (Natale 2011)?

Io dico: la società.

Ebbene sì, dietro le solite tresche, gli equivoci e i tradimenti del cine-panettone, si (mal)celava la sensibilità e la percezione del mondo tipiche dell’Italiano medio. Il cine-panettone altro non è stato che un iperbolico e parossistico (ma non deformante) specchio della società italiana dagli anni’80 ad oggi. Auto-compiacimento e indulgenza verso se stessi, sono state le spezie segrete che hanno permesso ogni anno al cine-pattone di attirare ai botteghini orde di italiani di ogni età, sesso ed estrazione sociale.

Gli Italiani sono sempre stati un popolo caratterizzato da una grande cultura del lavoro e da una monolitica fede in esso come più alta espressione umana e più completa realizzazione di sé, a tal punto da sentire il bisogno impellente di sancire questo sacrosanto principio nel primo articolo della Costituzione, a fondamento di una comunità e del suo Stato.

Qualcosa però nel rapporto degli Italiani con il lavoro è cambiato dagli anni ’80 in poi, complice, probabilmente, una ricchezza smodata fondata sempre più spesso sul debito, quindi sul nulla. Una ricchezza che non rimaneva altro che espressione del niente. Si badi bene, la definisco volutamente ricchezza e non benessere, poiché a mio avviso ricchezza e benessere non sono sempre sinonimi e non procedono sempre parallelamente.

Forse ha avuto peso anche una certa smaterializzazione e finanziarizzazione dell’economia, che ha reso il lavoro superfluo e il guadagno facile. E forse anche certo anti-intellettualismo e dilettantismo anti-meritocratico tipici della fase discendente post-sessantottina. Ma qui ci addentriamo nella fitta selva dell’eziologia pura.

Il lavoro, quello concreto, tangibile, in quanto più alta espressione umana, non rimaneva un’attività fine a se stessa, ma era indissolubilmente legato ad altri concetti fondamentali, come quelli di comunità, socialità, solidarietà, condivisione. Merito e sacrificio. Nelle fabbriche come nei campi. Negli studi privati come nelle strutture pubbliche. In politica e nella pubblica amministrazione.

Quando dagli anni ’80 in poi la ricchezza non ha più avuto bisogno di tutto ciò per essere generata, l’Italiano è radicalmente mutato. Nella sua ristrutturazione di una gerarchia “a-valoriale”, l’Italiano ha collocato al primo posto la ricchezza fine a se stessa, non importa se ottenuta con sotterfugi, inganni, elusione delle norme, scalate sociali, legittimato e incoraggiato in questo dal malcostume della classe politica al potere ormai da più di vent’anni. Tutti i concetti summenzionati, quelli di comunità, socialità, eccetera, sono diventati per l’Italiano un semplice impaccio, un ostacolo che si frapponeva tra sé e il successo immediato, il soldo facile. E anche la Costituzione che li sancisce come sacri e fondanti è diventata, nella percezione dell’Italiano e della sua classe politica, una zavorra inutile e obsoleta.

Tutto ciò, si chiederà giustamente il lettore, che c’entra con il triviale e ridanciano cine-panettone di Boldi e De Sica?

Semplice. Il cine-panettone altro non è stato che la più fedele espressione del “Nuovo Italiano” dagli anni ’80 in poi, e la “politica” stessa è stata a sua volta un grande cine-panettone, dalle tinte grottesche e carnevalesche.

Facendo un’analisi più dettagliata, i caratteri tipici o stereotipici del cine-panettone rispecchiano fedelmente l’Italiano dagli anni ’80 in poi, con la sua condotta di vita fatta di disinteresse per la cosa pubblica, disimpegno sociale e intellettuale, egoismo, individualismo, arrivismo, apparenza, mediocrità, rifiuto del sacrificio, spesso anche propensione all’inganno, e chi più ne ha più ne metta. E anche il vocabolario di questo “Nuovo Italiano” e il suo modo di rapportarsi con l’altro, sono stati tragicomicamente simili a quelli dei caratteri del cine-panettone. Ecco spiegato il perché del suo eclatante successo…fino ad oggi!

Secondo un sondaggio Demos-Coop riportato da Ilvo Diamanti su Repubblica del 18 luglio 2011, il nuovo vocabolario degli italiani racchiuderebbe concetti totalmente antitetici a quelli espressi dal cine-panettone dagli anni ’80 ad oggi.

Bene comune”, “impegno”, “solidarietà”, “partecipazione”, “etica” sarebbero, infatti, secondo il sondaggio, le parole che sempre di più troneggiano nel nuovo vocabolario 2011/2012 degli italiani, e nella loro sensibilità e azione nel mondo. Sono gli antichi sani sapori che tornano a piacere sulle tavole valoriali degli italiani, accanto ad un cine – panettone che sempre più spesso avanza e viene lasciato lì, quasi intatto, perché non solletica più il palato, perché ha ormai il sapore di qualcosa di stantio e andato a male, l’Italia, che ha bisogno di nuovi chef e nuove ricette, genuine e naturali. Come una volta.

Francesco Colamartino

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