Antonio Ciaglia, politologo americano made in Italy. Attento e puntuale. Illuminante e a tratti irriverente. Un altro The Match, un'altra storia. Florida2012.
Prova di forza di Romney in Florida, ma Newt incassa e rilancia
di Antonio Ciaglia
Alla luce di un quadro che si era inaspettatamente complicato con la vittoria di Gingrich in South Carolina, erano in molti ad attendere l’esito delle primarie repubblicane in Florida, dato l’importante significato, anche simbolico, che questo appuntamento elettorale racchiude. La Florida, innanzitutto, è considerato, insieme all’Ohio, lo swing state per eccellenza in quanto ha spesso giocato un ruolo decisivo nel decretare l’identità dei vincitori nelle varie elezioni primarie e presidenziali. In secondo luogo, stavolta si faceva sul serio: infatti, mentre in Iowa si assegnavano 25 delegati, in New Hampshire 12 e in South Carolina 25, in Florida i contendenti si giocavano l’appoggio di ben 50 delegates sulla base del meccanismo per cui il “primo prende tutto”. Insomma, mentre – come si dice – le prime tre tappe della lunga corsa verso le presidenziali non ci avrebbero consegnato il vincitore, ma ci avrebbero detto chi sicuramente non potrà vincere la tanto agognata nomination, la Florida avrebbe invece fornito qualche indicazione più consistente in merito al profilo del possibile nominee per il Grand Old Party. Tanto più perché nei primi tre stati erano emersi tre diversi vincitori. In tal senso, il sunshine state non ha deluso le aspettative.
Le “primarie chiuse” avute luogo in Florida martedì 31 gennaio hanno visto l’inequivocabile affermazione di Mitt Romney, che ha ottenuto il 46% dei voti, distaccando di ben 14 lunghezze il suo sfidante più accreditato, Newt Gingrich (32%). Su percentuali prevedibilmente più ridotte si sono attestate le performance di Rick Santorum (13%) e di Ron Paul (7%).
Pertanto, dopo la guerra dei sondaggi (in verità mai più di tanto in bilico), dei dibattiti televisivi, degli endorsement mancati (Romney non è riuscito ad assicurarsi l’appoggio dell’ex governatore della Florida, Jeb Bush, fratello di George) e degli endorsement riusciti (il figlio di Ronald Reagan, Michael, ha garantito il suo sostegno a Gingrich, infoltendo la schiera dei supporter del’ex speaker che già comprende Sarah Palin), la Florida ha emesso la sua inappellabile sentenza. Con quali ripercussioni? Da un lato, il successo di Romney garantisce all’ex governatore del Massacchussets una spinta probabilmente decisiva verso la nomination, accreditando ulteriormente il suo ruolo di front runner e di anti-Obama per eccellenza, per alcuni l’unico possibile data la capacità che sta dimostrando di catalizzare consensi, “pescando” in maniera consistente tra le diverse anime che compongono il GOP (nella contea ad alta concentrazione ispanica di Miami-Dade Romney ha ottenuto il 61% dei voti) . Dall’altro, tuttavia, lo scontro si radicalizza: non solo Gingrich non sembra minimamente intenzionato a gettare la spugna, ma addirittura rilancia la sua azione dicendosi certo di ottenere importanti successi negli stati del sud che si pronunceranno nel Super Tuesday del 6 marzo, che peraltro quest’anno è meno Super del solito, con soli dieci stati alle prese con primarie e caucus.
Tuttavia, da qui al 6 marzo la strada è ancora lunga, e, nonostante la situazione vada assumendo contorni sempre più definiti, Romney è ancora molto lontano dalla quota di 1.144 delegati di cui ha bisogno per ottenere formalmente la nomination. Nel mezzo ci sono altri stati in cui si vota: il 4 febbraio si terranno i caucus in Nevada e nel Maine, mentre il 7 febbraio sono previste le primarie in Missouri e i caucus in Colorado e in Minnesota. Queste nuove tappe consolideranno la tendenza che inizia a profilarsi a vantaggio di Mitt Romney oppure scompiglieranno il quadro, facendo nuovamente precipitare la maratona repubblicana in un territorio tanto sconnesso quanto incerto? Impossibile dirlo ora. Stay tuned.
Rubrica a cura di Gabriele Cazzulini e Marino De Luca









