Una spessa coltre di neve gelata copre gran parte delle nostre città: tetti imbiancati, scuole chiuse da giorni e strade prevalentemente impraticabili. Questo lo scenario piuttosto insolito che l’Italia si trova a dover fronteggiare ormai da giorni, colpita da un’ondata di aria siberiana come non accadeva dal lontano 1956. Un’era geologica fa, direbbe qualcuno. In quel periodo la penisola, pronta a tuffarsi nel mare aperto del boom economico e della ripresa industriale conseguente alla fine del sondo conflitto mondiale, fu messa in ginocchio da una tempesta nevosa senza precedenti; un po’ come è accaduto in questi giorni appena trascorsi … eppure delle differenze sostanziali ci sono eccome.
Tanto per cominciare, l’Italia di oggi è tecnologicamente più avanzata rispetto a quella del 1956: gli anni passano, le innovazioni procedono spedite sui binari del progresso evolutivo umano e la società recepisce, più o meno repentinamente, ciò che accade nel resto del mondo. Le nostre vite sono state radicalmente trasformate dalla globalizzazione che, tranne qualche raro caso, ha investito tutti i campi dello scibile e della conoscenza, allargando vistosamente le possibilità di confronto e scambio di idee, di diffusione di pensieri ed opinioni, di formattazione di contenuti e proposte. Ma siamo davvero così sicuri che rispetto a quel 1956 – ma la data è rappresentativa di un intero periodo storico e culturale – la società in cui viviamo sia effettivamente più progredita? Possiamo coscienziosamente giurare che adesso, nell’anno di grazia 2012, quando il mondo vomita Ipad e iPhone a non finire, la sicurezza individuale e collettiva sia maggiormente garantita rispetto al secolo scorso?
La natura che sotto determinati aspetti resta una delle meraviglie del creato, possiede in sé una ferocia ed una carica distruttiva incontenibile: le ferite e i tagli che l’uomo ha volutamente inferto al suo cuore sanguinano ancora; e i suoi ecosistemi, ormai impazziti da tempo, si vendicano appena possono. Quindi, neve a non finire e un intero paese in tilt.
Ma l’emergenza neve racchiude in sé un altro paradosso, molto importante da un punto di vista comunicativo, ossia il fotogramma italiano dell’esasperazione della tragedia, dell’espiazione delle colpe, anche quando queste sono molteplici e non già riconducibili in capo ad uno solo, e l’irrisolta vicenda dell’attribuzione delle responsabilità. Il quadretto appena delineato è stato ben riassunto dallo scontro verbale (e televisivo) tra il sindaco di Roma Capitale Gianni Alemanno, ed il Capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli. Il primo ha accusato il secondo di non averlo messo al corrente dell’effettiva gravità della situazione, con la conseguenza che i danni subìti dai cittadini non sono suoi problemi; il secondo ha invece ribadito di aver fatto il proprio dovere fino in fondo. Una tautologia tipicamente nostrana di cui, purtroppo, non conosciamo via d’uscita.
Ecco perché in queste drammatiche ore, quando intere zone della penisola sono ancora isolate da giorni, non stupisce più di tanto vedere figure di sindaci che accusano le forze dell’ordine di scarsa cooperazione, di cittadini che accusano i sindaci di abbandono e mancanza di soccorsi e di uomini di governo che, silenti per diverso tempo su questa questione, riemergono improvvisamente dal letargo dichiarando una maggiore operatività e presenza nella seconda fase dell’emergenza neve.
Quello che invece indigna e francamente sconforta è vedere un Paese diviso e frammentato che, anche nei momenti più duri e difficili, si nasconde dietro un dito per cercare di difendere l’indifendibile e negare l’evidenza dei fatti. Sarebbe stato invece più bello e più gratificante se ciascuno di noi avesse aiutato il proprio vicino a liberare la strada di accesso alla propria abitazione, se ogni cittadino fosse sceso in strada ad aiutare i soccorsi e quei tanti volontari che rappresentano per fortuna il lato più sano di questa Italia zoppa e parecchio sgangherata.
Quasi tutti invece hanno continuato a curare il proprio orticello, adottando la strategia ormai abusata del “tengo famiglia” e del “tutto tranne nel mio giardino”. Addio cooperazione, addio mutuo soccorso, arrivederci fratellanza e solidarietà. Ma che ci facciamo con tre iPhone e due Ipad nella borsa se abbiamo dimenticato i fondamentali del vivere e della convivenza civile?
Angelica Stramazzi









