“Il posto fisso è monotono” dice Monti, e neanche un minuto dopo il web e i social network sono in fiamme. Ciò che più colpisce è la quantità impressionante di giovani che hanno reagito a questa uscita infelice di Monti con una satira amara e al vetriolo, che associava l’idea - o meglio l’illusione – di un posto fisso ad immagini funebri e cimiteriali.
Le vignette e i fotomontaggi più diffusi e shared sui social network, raffiguravano lapidi tombali con la foto del defunto e l’epigrafe “Finalmente ho trovato un posto fisso”. A rincarare la dose dello strafalcione comunicativo di Monti, c’ha pensato pochi giorni dopo il ministro dell’Interno Cancellieri: “Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà”. E meno male che il sito del governo, nella sezione “rassegna stampa”, il giorno dopo pubblicava un articolo di Repubblica che commentava i dati dello Svimez, dell’ Istat e di Almalaurea sui 60mila laureati che si spostano ogni anno da sud a nord per trovare lavoro. E anche qui una valanga di reazione incendiarie.
Nella puntata di Parla con me dell’11 Febbraio, Dario Vergassola ha letto un tweet molto significativo di un ragazzo, intriso di humor macabro, disilluso e rassegnato, che faceva il verso alle parole del ministro Cancellieri: “I giovani smettano di pretendere un posto fisso accanto a mamma e papà…a meno che non siano orfani!”. Anche qui il posto fisso associato ormai solo alla tomba.
Già solo queste due suggestioni danno la misura di come il fenomeno del precariato sia ormai endemico e vissuto come un dramma sociale, soprattutto dai giovani. La domanda che sorge spontanea è: un governo di “tecnici” può esimersi dal curare l’aspetto della comunicazione politica, tanto più su un tema sociale vissuto oggi in modo così drammatico e conflittuale? La domanda diventa ancora più incalzante se si tiene a mente che l’attuale governo ha investito molto sulla rottura con un passato di comunicazione politica da bar, o da bettola (peraltro vincente e convincente fino a non molto tempo fa). Qui non si vuole entrare nel merito politico della diatriba sullo smantellamento dell’articolo 18.
Però, sicuramente è possibile sfatare il mito della “neutralità tecnica” di questo governo.
I governi tecnici non esistono, sono sempre espressione di una visione politica. Antonio Pennacchi direbbe che questo è un governo di “destra storica” sul modello di quello di Minghetti, che raggiunse il pareggio di bilancio nel 1875, unica volta nella storia d’Italia insieme a quella del 1925 con Mussolini al potere (Monti prova ora a infilare la tripletta nel 2013). Altri direbbero, giustamente, che è espressione del conservatorismo monetarista, pneuma di tutta la costru zione europea, e in primis della Banca Centrale Europea. Inflazione sotto controllo a botte di tasse e tagli pesanti alla spesa pubblica, anche in uno stato di già difficile stagnazione/recessione come quello attuale. E infatti sono queste le politiche che il governo Monti sta tentando di attuare: il semplice copia e incolla del “diktat monetarista” dell’ “Unione euro-germanica”. Dall’aldilà se la starà ridendo di gusto Guglielmo Giannini, che a sessant’anni dalle sue provocazioni qualunquistiche, ha finalmente trovato il suo Ragioniere.
Con buona pace dei soliti ignoti spremuti fino all’osso, tutti quegli italiani che si sono ritrovati con un welfare state saccheggiato dall’ingordigia dei politici corrotti in combutta con i grandi evasori fiscali, quei “cittadini di serie B” che pagano sempre per i guai causati da altri. Non ci si dimentichi che il posto fisso è l’unica fondamenta solida, insieme all’amore e alla dedizione, che permette ad un individuo di edificare una famiglia e garantire una vita dignitosa ai suoi figli, quegli stessi figli che un domani, a causa del precariato e della disoccupazione dilaganti, troveranno probabilmente nella famiglia stessa l’unico ammortizzatore sociale rimasto in piedi tra le macerie del welfare state lasciate dal passaggio dei vari Attila di governo, di destra, di centro e di sinistra. E che “lacrime e sangue” siano, ma c’è un limite a tutto.
Ricapitolando. Un governo “tecnico” non è mai così tecnico, ma è sempre espressione di una visione politica, e come tale sceglie a quali soggetti sociali far pagare i costi delle sue manovre (fa impressione pensare a come in Italia, governi di colorazioni politiche differenti, abbiano scelto sempre gli stessi soggetti su cui scaricare i costi delle manovre politiche).
La tensione sociale in Italia, soprattutto in relazione al tema lavoro, è oggi alle stelle, sia quella verticale, tra capitale e lavoro, sia quella orizzontale, tra diverse categorie di lavoratori, per tipologia contrattuale e provenienza etnica. I giovani per lavoro si spostano eccome, fanno sacrifici economici ed emotivi, catapultati lontani dai loro affetti e dalle loro radici senza alcuna certezza sul domani, ed è ovvio che l’ultima cosa che tollerano è sentirsi definire “mammoni” da un ministro che non sa leggere dei semplici dati. E posto ancora che l’attuale governo ha fatto un investimento preciso sulla discontinuità con lo stile e la comunicazione politica del passato più recente, la risposta alla precedente domanda emerge a questo punto chiara e forte: l’attuale governo, sebbene composto da professori e accademici poco avvezzi alla comunicazione politica, sociale, umana, non può affatto esimersi dal tenere saldamente in cima alla gerarchia di priorità la cura della comunicazione politica. Che, se fatta male, può avere effetti più devastanti di qualsiasi bomba.
Francesco Colamartino









