Martedì 13 marzo: giornata campale per l’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti. I riflettori sono puntati sulla visita italiana della cancelliera tedesca Angela Merkel, dopo diversi mesi trascorsi ad orecchio ben teso per ascoltare – e recepire – le direttive imposte dalla Germania. Ci si aspettava un colloquio un tantino più movimentato, maggiormente fluido; invece ci siamo ritrovati di fronte a due figuranti che recitano ciascuno la propria parte. Mario Monti che ricorda alla Merkel di accelerare con i provvedimenti approvati a Berlino lo scorso gennaio e con la Merkel che si complimenta con Monti per quanto l’Italia ha fatto e sta facendo per superare la crisi. Tutto bene insomma, almeno fino ai prossimi compiti a casa che il governo si troverà costretto a dover sbrigare in tutta fretta e con una velocità più che repentina. Il baratro economico e sociale non è stato ancora del tutto allontanato, e quelli che verranno saranno – ahinoi – ancora anni di duri sacrifici e di cure da cavallo.
A rubare la scena alla visita di Angela Merkel in Italia, e a distogliere lo sguardo e l’attenzione da una conferenza congiunta che ha ricalcato la prassi di una semplice e pura dichiarazione bilaterale di intenti, è stato il Ministro del Lavoro Elsa Fornero, intrappolata in quella impossibile riforma del mercato del lavoro visti i veti incrociati dei tre sindacati nostrani. Sarebbe bastato che la Merkel avesse spiegato loro – ai sindacati, va da sé – la necessità, unita al vantaggio assoluto e incalcolabile, di dialogare e trattare con un unico sindacato parimenti rappresentativo delle diverse parti sociali. Ma nel nostro Paese si preferisce in genere abbondare, e guarda caso sempre per quelle cose che non rendono onore e che finiscono per complicarci la vita. Risultato: tre campane che suonano, ciascuna quando lo ritiene più opportuno e una sola voce controcorrente, quella di Elsa Fornero.
Perché, a ben riflettere, è proprio a partire dalle direttive e dalle azioni espletate dal Ministro del Lavoro che si sostanzia gran parte dell’attività dei tecnici guidati da Mario Monti. Ed è proprio dalla Fornero che è stata inaugurata quella stagione di “umanità e naturalezza” del tutto assente al momento dell’avvio del potere tecnocratico. Le sue lacrime in occasione della presentazione della manovra “salva Italia”, sgorgate a fiotti dopo aver pronunciato la parola “sacrifici”, hanno rappresentato il lato umano e reale (almeno così ci fa comodo credere) di un esecutivo troppo ingessato e carico di accademica austerità. Pochi sprazzi di ironia, qualche uscita sfortunata (i ventottenni “sfigati” privi di laurea) e quella frase - “politica che fa schifo” – pronunciata dal Ministro Riccardi dopo il rifiuto di Alfano di prender parte al vertice con Mario Monti insieme a Bersani e Casini. Non stupisce quindi che ancora una volta sia stata proprio Elsa Fornero a condire con un tocco di colore giornate dense di burocrazia, regole tecniche e linguaggio astruso (ed astratto), riconducendo l’attenzione dei media sulla tanto agognata e sospirata riforma del lavoro. Solamente con l’appoggio e il beneplacito di tutte le parti sindacali, il governo metterà a disposizione “una paccata di miliardi” per rilanciare e far ripartire un mercato del lavoro bloccato e ingessato. Diversamente, ossia attraverso la perpetuazione di dinieghi e rifiuti, non se ne fa nulla: si riparte con la trattativa, estenuante ed infinita, e chi si è visto si è visto. Angela Merkel è tornata a Berlino, dimenticando di render noto che la presenza di un unico sindacato agevola – e non di poco – qualsiasi tipo di trattativa. Paccata o meno, il problema resta aperto, e a rimetterci saranno ancora una volta le giovani generazioni, tagliate fuori da un mercato del lavoro che dice di cercarle ma che, evidentemente, non le trova. Eppure sono lì, pronte, vigili; proprio loro che del sindacato non riescono ancora a capirne le logiche.
Angelica Stramazzi










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