Oggi non ci si crede, ma nel 1990 il 72,4% dei lettori dell’Espresso, voleva cambiare nome al partito più fidelizzato della storia italiana: il PCI. La cosa interessante però non è questa, ma la scelta dell’aggettivo con cui lo volevano denominare: il 14,6% scelse “Democratico”. Si, avete capito bene: Partito Democratico.
Il sondaggio fu lanciato nel novembre del 1990, con una partecipazione di ben 14 mila lettori, che ebbero la premura di spedire al mittente (la redazione dell'Espresso) la cartolina con la risposta ai quesiti.
Come abbiamo detto, i quesiti erano due: nel primo («il PCI deve cambiare nome?») si sottoponeva a referendum, sondandone il gradimento, l’allora proposta di Occhetto: il quale, ricordiamo, pochi mesi dopo fu il protagonista della fatidica «svolta della Bolognina». Con il secondo quesito («Come si dovrà chiamare questa nuova forza?») i lettori dovevano scegliere il nome da dare al nuovo partito, tra una rosa di dieci nomi proposti dal settimanale sulla base delle indicazioni fornite da un gruppo di intellettuali, politici ed esperti della comunicazione.
Il risultato della seconda domanda fu questo: Partito Democratico (14,6%); Democrazia Socialista (12,9%); Sinistra Unita (10,8%); Partito Democratico della Sinistra (9,3%) e Partito del Progresso (7,2%). Seguivano Partito Democratico Socialista (5,4%); Partito Democratico del Lavoro (5%); Partito del Lavoro (4,8%); Unione Democratica (4%); Partito Riformista Unito (2,8%).
La forma è la sostanza. Se quanto detto è vero, allora vuol dire che gli elettori, e non solo, dell’allora Partito Comunista volevano in maggioranza proprio quella formazione alla cui nascita avrebbero assistito con diciassette anni di ritardo. C’è da chiedersi allora: sarà stato troppo tardi?
Matteo Di Grande









