La convinzione che l’arte possa educare ed elevare culturalmente viene espressa in un dipinto considerato manifesto di impegno sociale e umanitario. Giuseppe Pellizza concepisce un quadro capace di simbolizzare il riscatto dei lavoratori dall’avvilimento della fatica: la determinazione dei protagonisti contribuisce a definire il valore simbolico dell'opera adottata come manifesto dai lavoratori e dalle loro associazioni, in passato come oggi. L’artista porta a termine una delle sue opere più conosciute nello stesso anno in cui Giolitti tenne alla Camera il suo famoso discorso sull’ascesa politica delle classi popolari; era il 1901: “Nessuno si può illudere di potere impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica. Gli amici delle istituzioni hanno un dovere soprattutto, quello di persuadere queste classi, e di persuaderle con i fatti, che dalle istituzioni attuali esse possono sperare assai più che dai sogni dell'avvenire”.
Un corteo di lavoratori e contadini avanza verso l’osservatore guidato dalle tre figure in primo piano, due uomini e una donna con un bambino in braccio. Lei ha il volto della moglie di Pellizza, Teresa; al centro, avanza tranquillo, mano in tasca e giacca sulla spalla, quello che parrebbe il leader della massa; a destra un altro uomo procede silenzioso e concentrato. Lo schieramento orizzontale oltre a dare la sensazione di compattezza della nuova classe sociale, rinvia ad una situazione realistica, sembra ripresa direttamente dall’episodio di protesta a cui è ispirato. Il tema dello sciopero aveva interessato molti pittori protagonisti del realismo europeo alla fine dell'Ottocento; rispetto ai contemporanei però il quadro di Pellizza rifiuta espressioni di animato dissenso o di remissività, legando il tema iconografico dello sciopero con quello della sfilata per le celebrazioni della festa dei lavoratori da poco istituita (1 Maggio 1891). L’avanzare è pacato, persuadente, e nella lentezza e fermezza si sente un senso di invincibilità.
Il successo del dipinto è legato alla soluzione iconografica indovinata, così come alle tante riproduzioni su cartoline e stampa socialista tramite cui le masse operaie potevano condividere lo stesso entusiasmo dell’autore, artefice del manifesto politico del proletariato. Nonostante il fascismo abbia messo in quarantena l’opera, essa è arrivata fino ad oggi con una tale popolarità da essere utilizzata più volte come metafora di libertà, riscatto, unione (già nel 1903, era riprodotta su “Leggetemi! Almanacco per la pace”, accompagnata da un commento di De Amicis, e sul numero del 1 Maggio de l”Unione”; l’anno seguente sempre sul numero del 1 Maggio di “Avanguardia socialista”; nel 1905 sull’organo ufficiale del Partito Socialista, l”Avanti della domenica”. Bertolucci nel 1976 la usò per la locandina del suo film Novecento; il Corriere della sera per il supplemento sul lavoro dedicata alle mamme che lavorano del 5 Maggio 2000; la ritroviamo anche in diversi manifesti pubblicitari, più o meno ironici, come quello della Volkswagen per i veicoli commerciali). L’opera di Pellizza e non altre opere coeve: forse per l’atteggiamento deciso della massa che avanza inesorabile, per la metafora di solidarietà sociale, per aver raccontato la presa di coscienza della propria forza politica di individui capaci ormai di rivendicare i propri diritti.
Pellizza sostituì con Il Quarto Stato il precedente titolo Il cammino dei lavoratori esprimendo una consapevole scelta di classe, consolidata grazie a letture socialiste e anche a riflessioni sulla storia della rivoluzione francese. Chiaro il riferimento al “terzo stato” francese insorto nel 1789 contro i privilegi dell’alto clero e dell’aristocrazia. L’artista scrisse del suo dipinto: “Esso vuol simboleggiare le grandi conquiste che i veri lavoratori vanno facendo tuttodì nel mondo attuale”. Sembra quasi che oggi si rischi di vanificare molte di queste lotte e conquiste. Potremmo sostituire i protagonisti di fine Ottocento con tre figure più attuali: lo studente o il laureato, il lavoratore dipendente, la donna/madre che lavora; in alternativa della figura femminile ci vedrei anche Susanna Camusso, per sottolineare il ruolo dei sindacati e l’azione a sostegno dei lavoratori che in Italia è più forte che altrove. Un’azione che in questa fase di riforme vuole far sentire il proprio dissenso: è davvero giusto modificare qualcosa che per anni ha garantito sicurezza, qualcosa che è costata lotte e fatica? Non si può intendere il lavoratore alla stregua di una qualsiasi merce da dismettere per motivi di bilancio, come una qualsiasi rimanenza da magazzino. Davvero questa riforma garantirà un futuro lavorativo migliore, davvero risolverà il problema del precariato? Nel frattempo l’unica cosa salvaguardata è la posizione del padrone. Gli industriali con la scusa della crisi trasferiscono le aziende all’estero dove gli operai si possono sfruttare meglio. La dignità dei lavoratori non ha prezzo. Citerei ancora Giolitti: “Il governo quando interviene per tener bassi i salari commette un'ingiustizia, un errore economico e un errore politico. Commette un'ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità tra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico perché turba il funzionamento economico della legge della domanda e dell'offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Il Governo commette infine un errore politico perché rende nemiche dello stato quelle classi le quali costituiscono in realtà la maggioranza del Paese”.
A camminare dietro i “nuovi” protagonisti quelli che oggi sono i “nuovi poveri”, tra loro tanti laureati vittime del precariato legalizzato, del mercato, della corruzione. Un tempo lo studio rappresentava l’occasione per emanciparsi, per avere una vita migliore. Se Pellizza da Volpedo dovesse ridipingere oggi il “quarto stato”, questo avrebbe i colori delle tute degli operai, dei contadini extracomunitari sfruttati dagli imprenditori, di chi passa le sue giornate malpagato in un call center, o di chi insegna in una scuola pubblica sempre più abbandonata e dequalificata.
Negli ultimi anni la cultura occidentale ha fatto i conti con la crisi del pensiero socialista o in generale di quei valori forti in Pellizza; forse la ragione per cui Il Quarto Stato è ancora il “luogo” privilegiato dove esprimere una certa visione delle cose, o forse sarebbe meglio dire una certa speranza, sta proprio nell’attrito tra la forza dell’immagine e la crisi dell’ideologia a cui alludeva. Pellizza ha realizzato l’opera che ha interpretato e celebrato uno dei problemi fondamentali con cui il nuovo secolo vedeva la luce, il lavoro e i diritti dei lavoratori; e per questo è ancora attualissima. “Il Governo ha due doveri, quello di mantenere l’ordine pubblico a qualunque costo e in qualunque occasione, e quello di garantire nel modo più assoluto la libertà di lavoro” (Giolitti, 1901).
Sara Pizzi









