Un ciclo si è chiuso. E un cerchio (magico) è finito per non potersi ricongiungere. Almeno per adesso, dicono. Ma c’è da credere che fino al prossimo autunno, cioè quando la Lega che fu di Umberto Bossi sceglierà il suo nuovo segretario federale, ne vedremo delle belle.
Le acque della politica italiana sono assai agitate, ed è un bene per chi, con l’avvento al potere dei tecnici, aveva riposto nel cassetto capacità di analisi e di critica. Avevamo finito per abituarci (troppo) a dosi massicce di sobrietà, condite quanto basta con compostezza e rigidità accademico-professorale. Una tristezza infinita che, per buona fortuna, è durata poco, giusto il tempo di capire (e sperimentare) che un altro percorso politico-comunicativo fosse possibile.
Con le dimissioni di Umberto Bossi, si apre di fatto una nuova – e speriamo intrigante – stagione: sulle ceneri ormai conclamate della Seconda Repubblica dovrà sorgere qualcosa di nuovo. E non ci si venga a dire che il nuovo che verrà sarà peggiore del presente: perché nulla è più deleterio del passato che non passa. Di classi (e sistemi) politiche inamovibili e ingessate fino all’osso. Di rappresentanti istituzionali canuti e claudicanti. Il futuro dovrà conoscere i volti di Tosi, Renzi, Alfano e Maroni. Ma anche di molti altri che, sposando la politica per passione e non già per interesse, si battono quotidianamente per cambiare questa Nazione. «La politica – mi ha detto Giorgia Meloni presentando il suo libro “Noi crediamo” – non è mai concepibile come percorso individuale. Perché se nasce come percorso individuale, poi si verificano tutte quelle degenerazioni che ben conosciamo». Degenerazioni appunto, e non sogni, progetti, speranze, sconfitte e vittorie. Solo terra brulla, nulla di più.
Il caso della Lega Nord rappresenta una delle più vistose degenerazioni che la politica italiana abbia conosciuto negli ultimi due lustri. Siamo in buona compagnia per ritenere di averne avuto abbastanza. Ora si volti pagina, e lo si faccia in fretta.
Angelica Stramazzi









