Bergamo: manifestazione dell’orgoglio leghista. Molti militanti, bandiere e simboli. Il Triumvirato unito sul palco. Una perfetta scenetta leghista. Maroni prende la parola per primo. Il suo discorso è da vero leghista che ce l’ha duro: bisogna fare pulizia e chi ha sbagliato pagherà. Maroni enuncia, inoltre, le nuove regole leghiste, che permetteranno di mantenere pulizia all’interno della Lega e di “vincere la battaglia finale”. Il popolo leghista esulta. Bossi invece ha una strategia complementare: cerca di far capire al ‘Suo Popolo’ che gli scandali sono solo il risultato di un complotto mosso da Roma Ladrona. Il popolo leghista lo celebra con cori e applausi.
Ciò che rischia di non venire colto a prima vista da un osservatore distratto, tanta è la naturalezza della scena, è la profonda incoerenza delle reazione del popolo leghista. Lo stesso pubblico che applaudiva Maroni ripetere il mantra del “bisogna fare pulizia”, applaudiva nello stesso modo – se non di più – colui il quale avrebbe dovuto garantire la pulizia tanto pubblicizzata. Quando Maroni ha parlato di Renzo Bossi, poi, si è levato un coro di fischi e insulti. Il padre, Umberto, appare impassibile, seduto sul palco. Lui, il vero colpevole – e non un ragazzino ancora in età puberale - ha riprodotto una versione particolarmente sfacciata del tanto odiato nepotismo, ma verrà poi, una volta arrivato il suo turno al microfono, glorificato in una sorta di schizofrenia morale e politica.
Tale comportamento, apparentemente paradossale, è in realtà facilmente spiegabile da un punto di vista antropologico.
Secondo Ernst Kantorowicz il re medievale aveva due corpi: un corpo simbolico e un corpo fisico. Il corpo simbolico rappresenta la comunità politica ed è, quindi, immortale e invulnerabile. In altre parole, i corpi individuali di tutti i sudditi sono simbolicamente condensati nel corpo del re. Durante la Rivoluzione Francese, quando a Luigi XVI venne tagliata la testa, i francesi urlarono contemporaneamente “Il re è morto!, Viva il re!” proprio perché il re viveva ancora come rappresentante della comunità dei francesi, nonostante la sua morte fisica venne invocata e provocata proprio dai suoi sudditi. Per cui, anche quando il re muore fisicamente, la notizia viene data giorni dopo e diluita nel tempo, perché la collettività ha bisogno di tempo per riuscire ad immaginarsi simbolizzata in un altro corpo, in un’altra maniera. Questo avviene anche in alcune comunità africane: alla morte del re non si diffonde subito l’annuncio del lutto ma, fino a che la sua successione non è organizzata in maniera puntuale, si dice che “il re ha male ai piedi”, mantenendo così intatto il corpo simbolico, nonostante la dipartita del corpo fisico. L’altro corpo di cui parla Kantorowicz, invece, è quello fisico: è mortale, vulnerabile e pertiene solo al re.
Le riflessioni di Kantorowicz sulla doppia valenza del corpo del re suggeriscono una chiave di lettura interessante, e verosimile, della serata bergamasca. La milizia leghista continuando ad acclamare Bossi esibendo una sorta di fedeltà ininterrotta al Capo Supremo, ha mostrato in realtà l’incessante lealtà alla propria comunità, la cosiddetta ‘base’. La ‘base’ è infatti riconosciuta da molti osservatori politici come il nucleo più importante della forza politica leghista. Marco Travaglio, ospite di Lilli Gruber a Ottoemezzo pochi minuti prima dell’evento leghista, ha giustamente affermato che i militanti leghisti sono meglio dei loro rappresentanti, anche se non lo sanno. Ma questo, spesso, non vale solo per la Lega.
La teoria del doppio corpo spiega, inoltre, come l’integerrima etica leghista abbia potuto accettare - e votare – l’entrata di Renzo Bossi in politica. Renzo, in sé, costituisce un’appendice del corpo del Capo. Non è nepotismo questo, non è la presa del potere da parte di una persona politica: è glorificazione del Capo e della Comunità. Tanto più, se il corpo fisico del Capo è stato segnato da malattia: il corpo fisico del figlio integra ciò che il destino ha tolto al Capo.
Forse lo stesso Bossi è rimasto prigioniero di questo modo antropologicamente primordiale di pensare il politico. Forse solo ora, nel pieno dell’Apocalisse, ne prende coscienza. Alla fine della serata diviene infatti “crepuscolare, quasi intimo” (così lo descrive Enrico Mentana), quando afferma che nella sua vita ha pensato tanto alla Lega, ma poco alla sua famiglia. La lenta presa di coscienza traspare dal suo volto rattristato - non nasconde ai militanti di struggersi per il figlio ormai “segnato” -, ma anche dal sottile imbarazzo che lo lega, ma anche lo distanzia, dai suoi elettori.
In tempi di democrazia, se il corpo simbolico prevale su quello fisico, e divora anche i figli, ne esce un bizzarro groviglio di emozioni, retoriche e assurdità politiche. Umanamente, è difficile non provare tenerezza per un Bossi segnato dalla malattia, insudiciato dallo scandalo, tradito dai suoi collaboratori e straziato nel suo rapporto personale con il figlio e con i figli leghisti. Dall’altra, questa è l’ennesima riprova che ogni tentativo Padano - o particolare che sia - di affermare una diversità antropologica sostanziale da logiche ‘primitive’ - alcuni direbbero persino ‘selvagge’ - è destinato a rimanere un miraggio, più che mai inattuale.
Roberta Raffaetá, PhD
Antropologa
Università di Trento, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale










Quando saremo un popolo vero, consapevole che la politica è al suo servizio e non il contrario, certi personaggi non saranno sul palco, non esisteranno neppure.