Lunedì 30 Aprile 2012 08:54

Marine Le Pen: malanno della democrazia o voglia di cambiamento?

Autore:  Francesco Colamartino

Allarmi! Allarmi! Allarmi son fascisti!

Sono davvero fascisti i sei milioni e mezzo di francesi che domenica, 22 aprile, hanno scelto Marine Le Pen con il 18% dei voti? E tra questi, lo sono forse i tanti operai e la gente del popolo che l’hanno votata? Ormai l’Ue non sa più che inventarsi pur di minimizzare i sintomi di un euro-scetticismo incalzante negli stessi paesi fondatori del progetto europeo. È sempre la stessa solfa. Quando non si sa più come rapportarsi a questi segnali di irrequietezza da parte del “popolo europeo” (quale?), si riesumano tutti gli “– ismi” con il loro esorcizzante portato di negatività (nazional-ismi, fasci – ismi, popul-ismi). In questi momenti fanno sempre comodo pur di declassare a febbricola passeggera la scomoda espressione della volontà di un popolo o, nel caso europeo, “dei popoli”.

Quei popoli che l’Ue ha sempre così paurosamente tenuto sull’uscio delle stanze del potere. Quando gli analisti politici di ispirazione marxista non sanno come giustificare uno spostamento del voto operaio alla destra della destra, lo liquidano come “voto di protesta”, il voto di una massa disorientata e sfiduciata dalla crisi che non sa più a che santo appellarsi. E fanno passare così per imbecilli quegli stessi operai sulla cui “coscienza di classe” hanno tentato di legittimare le più “illuminate”, quanto fallimentari, rivoluzioni. Oppure affermano che sono stati i media a diffondere la “paura dell’uomo nero” in modo del tutto ingiustificato, permettendo poi ai politici di strumentalizzarla a fini elettorali. Anche qui offendono il buon senso dell’elettorato. Ma soprattutto negano la sua capacità di percepire chiaramente la realtà. Quel senso della realtà che i salottieri della sinistra liberal, arroccati nei dorati palazzi del potere, hanno dimenticato ormai da tempo immemore nelle fabbriche, nelle scuole, nei campi. La politica ha sempre fatto i calcoli con ciò che è “generalizzabile”. Non può calarsi e disciogliersi nei singoli casi in ossequio a un’ideologia che le impone di mistificare la realtà e il suo sentire diffuso. Soprattutto quando essi sono in contrasto con l’ideologia stessa. Nessuno dei suddetti politologi ha il benché minimo coraggio di ammettere che quel presunto “voto contro” è in realtà un ben chiaro “voto pro”. È il sì a un modello di economia e di società alternativo a quello ormai al tramonto che ha scatenato la crisi.

Tra i vari candidati al primo turno delle elezioni in Francia, Marine Le Pen ha saputo intercettare più di tutti quel malessere sociale diffuso e quella voglia di cambiamento alimentati dai molteplici fallimenti collezionati dai socialisti e dalla destra dell’Ump. E non ha fatto sconti a nessuno.

L’equazione su cui si è basata la sua ricetta politica vincente è semplice quanto sacrilega. Gli accordi di Schengen hanno facilitato l’ingresso in Francia di flussi di immigrati in cerca di lavoro malpagato, dequalificato e senza tutele. Le imprese ne hanno beneficiato in termini di una maggior quantità di lavoro a basso costo, con cui disinnescare le rivendicazioni dei lavoratori autoctoni organizzati che, con i loro contratti regolari e prestazioni più qualificate, costano di più. Così le briciole del welfare state vanno ora spartite tra un numero sempre più ampio e bisognoso di persone che premono su di esso. E quel po’ di lavoro rimasto in tempi di disoccupazione alle stelle e di crisi nera è riallocato a favore di chi costa meno alle imprese, cioè gli immigrati. Inoltre le aziende europee, avendo a disposizione una gran quantità di lavoro a basso costo da cui attingere, hanno smesso di investire sulla qualità dei prodotti. E la competitività dell’industria europea sul mercato mondiale è ormai solo un dolce ricordo.

Ma il diktat europeo vieta alle singole nazioni, sempre più prive di sovranità sulle loro economie, di adottare misure protezionistiche o di restringere i flussi migratori. Con la complicità del mondo delle sinistre che grida al liberticidio fascista. Sinistre che contribuiscono paradossalmente al deterioramento di una condizione già drammatica per quei lavoratori che dicono di voler rappresentare. Ma che non potrà mai rinunciare alla favola del multiculturalismo. Conflittualità sociale alle stelle, dequalificazione del lavoro e perdita di competitività delle economie europee sono i frutti marci raccolti dal progetto europeo così com’è concepito, sostiene Marine Le Pen. La delocalizzazione delle industrie è poi una delle aberrazioni più intollerabili del progetto ultraliberista dell’Ue. Come si possono chiudere i battenti delle aziende in patria, si chiede la Le Pen, per trasferire la produzione dove costa meno, e poi chiedere agli stessi lavoratori buttati in mezzo a una via di comprare e consumare quei prodotti per rilanciare l’economia del Paese? È un assurdo logico su cui l’Ue fa epoché, “sospensione di giudizio”.

E poi c’è il nodo finanza. Troppa sregolatezza, troppa ricchezza che dal nulla finisce nel nulla, mietendo vittime in carne e ossa ad ogni suo passaggio. Ci vogliono più regole e più trasparenza, dice Marine Le Pen, e uno stato forte e autorevole che torni a indirizzare i processi economici e a proteggere i suoi cittadini dalle storture che provocano. L’economia reale, quella che crea lavoro, deve tornare al centro di tutto. Deve drenare nuova linfa nell’arcipelago delle piccole e medie imprese, e promuovere le attività agricole che si sviluppano sul territorio. La Francia deve riscoprire un sistema di produzione e consumo locale in risposta al dominio delle multinazionali. Anzi, dal momento che le big corporation pagano tasse di gran lunga più basse rispetto alle piccole e medie imprese, agli artigiani e ai negozianti, Marine Le Pen propone un sistema di tassazione flessibile in cui le tasse sui profitti siano più pesanti quando questi finiscono nelle tasche degli shareholders, e più leggere quando vengono reinvestiti in aumento dei salari, nuove assunzioni e sviluppo della produzione. Investimenti in qualità e sul territorio, l’unico modo possibile per tenere testa alla devastante competizione al ribasso con cui la Cina tiene sotto scacco l’Occidente. Nel programma di Marine Le Pen non vi è professione di razzismo biologico o spirituale, l’idea di fondo è un’altra: “I Francesi prima di tutto”. Nel lavoro, nel sistema di welfare e negli alloggi. È un crimine? No, è realismo.

L’alternativa è un sistema al collasso, in cui francesi e immigrati perdono entrambi, e nessuno vince. E non è neanche una discriminazione confessionale, vista la difesa che Marine Le Pen ha sempre fatto della laicità dello stato. Tutti i francesi sono uguali davanti alla legge, nessuna comunità all’interno della società francese – etnica o confessionale che sia - deve avere diritti speciali o privilegi. C’è posto solo per il merito di ogni cittadino. Anche se in realtà, dietro questa professione di egualitarismo laico, si nasconde il tentativo da parte del Front National di bloccare le sovvenzioni pubbliche alle moschee. Se gli islamici vogliono essere francesi, sostiene Marine Le Pen, devono introiettare il sistema di valori francese e la sua laicità, e non pretendere di islamizzare la realtà in cui vivono in contrasto con lo spirito dei principi e delle leggi repubblicane. Insomma, per parafrasare Metternich, la Francia non può diventare una mera “espressione geografica”.

È la psicosi collettiva di sei milioni e mezzo di francesi fuori di senno o tutto questo nasconde un senso ben più profondo?

Francesco Colamartino

1 commento

  • michele celenza Lunedì 30 Aprile 2012 10:23 inserito da michele celenza

    Mi trovo perfettamente d'accordo. Il "modello di economia e di società alternativo", tuttavia, mi sembra ancora ben lontano.

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