Così come accade per l’economia, questa fase della lunga corsa alle presidenziali di novembre ci sta insegnando che anche per le campagne elettorali esiste una dicotomia irrisolta tra campagna “reale” e campagna “annunciata”. E al centro della polemica del momento c’è il presidente Obama.
In una delle sue headlines più riuscite degli ultimi anni, seconda, a parere di chi scrive, soltanto alla celebre “Where are the jobs?”, la mai doma Fox News parla di Obama come del “campaigner-in-chief”, proponendo un ben riuscito di parole con commander. Nello specifico, l’accusa sostiene che Obama si sia mosso con la sua campagna elettorale prima del tempo: il presidente aveva individuato nel 5 maggio la data di inizio ufficiale della sua corsa elettorale, partendo da Richmond (nota per ospitare il quartier generale della Philip Morris) e passando per Columbus, in modo da presidiare da subito due tra gli stati cruciali per la rielezione: la Virginia e l’Ohio. Obama, invece, pur confermando la data e la location per l’apertura simbolica, ha da tempo intrapreso una tournee coast-to-coast, lanciando di fatto lo sprint lungo.
Ma, andando ad analizzare un po’ più a fondo i fattori contestuali e congiunturali, si può ben capire come questa decisione sia assolutamente coerente con il nuovo scenario. Infatti, fino a quando le primarie repubblicane erano nel pieno del loro svolgimento, con tutti i candidati in campo e tutte le loro forze dispiegate, e con almeno uno tra questi in grado di insidiare non tanto la vittoria relativa di Romney quanto il plebiscito alla convention di Tampa, per il presidente non aveva senso lanciare la sua corsa. Le primarie comportano fisiologicamente uno scontro tra compagni di squadra, molto più spesso un dualismo. E, si sa, quando nella squadra avversaria c’è tensione, è meglio guardare e non intervenire, onde evitare che i giocatori si ricompattino sotto la minaccia di un nemico più grande. Ovviamente, sta poi all’intelligenza strategica e al buon senso dei runners gestire tale dissenso fisiologico in modo che non si ripercuota sulla corsa alla presidenza.
Tuttavia, dopo l’inaspettato ritiro di Santorum dalle primarie GOP, il candidato repubblicano c’è. D’accordo, non scalda i cuori, non mobilita quanto ci si aspettava, pochi pensano che possa davvero farcela, e per rendere la sua candidatura più accattivante si inizia a parlare di ticket con presone un po’ più carismatiche come Condoleezza Rice o il senatore della Florida Marco Rubio. Ma intanto c’è, e, per come le cose si erano messe, è arrivato prima di quanto media, osservatori, esperti, e lo stesso staff di Obama avevano previsto. E dal momento che, con la stessa facilità con cui si era intensificato, adesso il “fuoco amico” andrà progressivamente scemando, il commander ha deciso di farsi campaigner, cercando di scongiurare da subito una rimonta da parte di Romney che al momento appare un’impresa piuttosto ardua.
Ciò che resta di questo spaccato di vita elettorale americana è la dimostrazione da parte di Obama (e di chi gli sta dietro) non solo di saper maneggiare con estrema cognizione di causa i nuovi strumenti di comunicazione politica, ma anche di sapersi destreggiare con provata abilità nel modulare e pianificare forme di azione e promozione elettorale più classiche. Questa sinergia tra grassroot e (new)media campaigns contribuisce a fare di Barack Obama un candidato ancor più ostico da sconfiggere, proprio perché il presidente dimostra un’invidiabile reattività nei confronti degli imprevisti di percorso, riuscendo con notevole scelta di tempo a mutarli in opportunità. In più, questa volta parte dalla posizione privilegiata di incumbent... Tuttavia tra i repubblicani risuona ancora l’eco della dichiarazione (di guerra) lanciata da Michelle Bachmann nella convulsa (confusa?) fase pre-primarie: “Our number one goal is to make sure that Barack Obama is a one-term president”... Quanto davvero i repubblicani ci credano sarà cronaca delle prossime settimane.
Antonio Ciaglia









