Martedì 29 Maggio 2012 08:35

La Comunicazione al Potere. Due principi uno scettro

Autore:  Valentina Reda

Le lacrime del ministro Fornero, gli ‘sfigati’ di Michel Martone, la noia del posto fisso del premier Monti hanno chiarito in modo inequivocabile che la comunicazione è affare anche del più serio degli amministratori e del più sobrio dei governi.

Il governo dei professori ha capito quasi subito che non avrebbe potuto sottrarsi al gioco che pure fino a poco tempo prima sembrava essere appannaggio dei fuochi d’artificio e dei coups de théâtre dell’istrionico ex presidente del Consiglio, che ha scritto in Italia la comunicazione politica e di governo per quasi un ventennio. Dopo l’assordante silenzio prodotto dall’uscita di scena di Silvio Berlusconi, il nuovo Presidente del Consiglio ha dovuto da subito riconoscere e reinterpretare le leggi della ‘democrazia del pubblico’.

La audience democracy (idea di Bernard Manin del 1995), come ci ricorda spesso Ilvo Diamanti dalle colonne di Repubblica, non riguarda una retorica della comunicazione ma una fase evolutiva della democrazia rappresentativa, che dopo la centralità assoluta dei partiti ha visto mutare – si badi bene non superare – il loro ruolo, per andare verso forme più dirette di relazione.

I sondaggi sono un po’ il simbolo di una politica che vuole fare della relazione continua con l’opinione pubblica il suo baluardo. Non ne sono assolutamente lo strumento più importante – almeno in Italia, dove è molto dubbio il ruolo che gli viene attribuito – ma sono certamente lo strumento più noto, valorizzato e demonizzato, e, di fatto, il simbolo di una logica nuova, che deve saper reinterpretare la relazione personale sulle grandi distanze.

Ne deriva la necessità per i membri del Governo, Premier in primis, di capitalizzare la visibilità di cui godono. Utilizzarla e far sì che non sia utilizzata a proprio discapito. Il governo Monti sembra aver capito che non si trattava di rincorrere lo stile di Silvio Berlusconi, come pure il centro sinistra ha ripetutamente cercato di fare, ma di guardare nella stessa direzione in cui lui aveva guardato. Perché la lezione statunitense non è stata ancora realmente colta.

Oltreoceano il presidente nell’occhio del ciclone della crisi economica, si è fatto sapiente interprete della campagna permanente ‘così come dovrebbe essere’. Tralasciando quella reale, in cui campagna e governo si scontrano creando un insieme confuso fatto di frammenti delle due funzioni, cerca di costruire un marketing delle decisioni in cui la comunicazione si eserciti a servizio del governo, ma anche del pubblico. Così, Obama comunica per informare, spiegare e, naturalmente, convincere.

Lo stile presidenziale è al centro della partita che si sta giocando oggi e non solo per i capi di governo. Ogni leader si deve confrontare con l’esigenza, oramai consolidata nelle democrazie moderne, di riscoprire il ‘pilastro popolare’ fondamento dell’idea stessa di democrazia insieme con quello costituzionale. Tanto più laddove gli intermediari dell’opinione pubblica si sono resi friabili e meno capaci di costruire una comunicazione efficace.

Riprendendo il titolo di un testo di Gianfranco Pasquino del 1986, si tratta di riscrivere la leadership attraverso la ‘restituzione dello scettro al principe’. Quello vero.

La fine del sarkoberlusconismo - del bunga bunga e del bling bling – consente, infine, agli osservatori di questa parte di Europa di liberarsi di uno sgradevole rumore di fondo. Che il moltiplicarsi delle anomalie stia svelando, invece, i tratti di continuità?

Valentina Reda

 

Di questo e non solo discuteremo nel corso del panel coordinato da Rosanna de Rosa e Valentina Reda dal titolo “La Comunicazione al Potere”, all’interno del Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica (Sisp), che si terrà a Roma dal 13 al 15 settembre 2012. Per maggiori informazioni si veda www.sisp.it.


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