Lunedì 14 Maggio 2012 12:14

GEORGE GROSZ. ARTE…O SOCIETÀ DEGENERATA? In evidenza

Autore:  Sara Pizzi

Pittore, disegnatore, caricaturista, George Grosz descrisse il tormento e la confusione che imperavano in Germania tra le due Guerre. Tra gli esponenti della Nuova Oggettività, tendenza ispirata al “positivo desiderio di rendere le cose del tutto oggettivamente, senza complicarle con sovrastrutture ideali”, fece della comunicazione e della denuncia sociale i suoi obiettivi.

La sua arte, del tutto irriverente, si presenta come un’interfaccia attraverso cui offrire al pubblico il mondo reale, nella sua cruda verità. Nei diari, nelle vignette satiriche, nei collage dadaisti, vediamo attraverso l’occhio dell’artista un mondo cupo e spaventoso abitato da generali tronfi, prostitute, mutilati di guerra, operai, oppressi ed oppressori in una società di paure e proibizioni, in cui ogni opposizione finisce annientata. Riducendo le sue figure fino all’essenziale, trasformate in grotteschi manichini, Grosz racconta con un linguaggio immediato e plateale la bestialità dei ceti dominanti, mettendo alla berlina l'onorabilità dei dirigenti politici della Repubblica di Weimar, con i suoi capitani d'industria, i suoi grassi e viscidi borghesi, catapultati in scenografie da bassifondi, tra caffè fetidi, bordelli e caserme. Nella prima mostra Dada organizzata a Berlino (1920) Grosz espose la raffigurazione satirica di un soldato tedesco, un pupazzo con la testa di maiale, causando la reazione indignata delle istituzioni che giudicarono il gesto come oltraggio all'onore del Reich; l'artista dovette pagare un’ammenda. Nel frattempo fondò alcune riviste politico-satiriche, “Die Pleite” e “Der blutige Ernst”, tutte in ambito dadaista, curandone personalmente le illustrazioni.

La sconfitta del 1918 e il crollo del sistema autoritario in Germania fanno precipitare la borghesia in una crisi profonda, per il legame ancora vivo coi valori del nazionalismo pangermanico. Gli artisti tedeschi rifiutano in blocco quella cultura autoritaria e classista che con la guerra aveva fatto sprofondare le classi meno abbienti nel baratro della miseria. L'impegno bellico mentre arricchiva i ceti più abbienti, distruggeva le classi medie. L'inflazione nella Germania del dopoguerra salì a dismisura, e i salari non tennero il passo dei rincari, fino alla crisi del marco culminata con la disastrosa svalutazione del 1923.

Anche in uno scenario difficile l’artista impegnato riesce a trovare un canale comunicativo; Grosz riesce a ridicolizzare ciò che in strada fa paura, a smitizzare chi vuole metterlo a tacere. Il governo nazionalsocialista venderà e distruggerà le sue opere includendole nella lista degli esempi di “Arte degenerata”, e la persecuzione nazista lo costrinse nel 1933 a rifugiarsi negli Stati Uniti.  Furono migliaia le opere d’arte confiscate, in parte destinate al rogo e in parte vendute all’asta a musei americani o svizzeri. Alcune invece furono destinate allo scherno nella mostra “Arte degenerata”, inaugurata da Hitler nel 1937, in cui quadri e sculture erano accompagnate da scritte dispregiative e addirittura messe a confronto con disegni realizzati da malati mentali internati. Il fine ultimo era quello di mostrare al pubblico l’arte che non era ammessa dalla nuova “razza superiore”, definita appunto come “degenerata”. A dispetto delle previsioni la rassegna ebbe molto successo, tanto da prolungarne l’apertura, ed il pubblico fu costretto a lunghe attese prima di vederla, attratto soprattutto dallo scandalismo per il quale essa era stata vietata ai più giovani. Il risultato fu infine l'enorme pubblicità all'estetica "degenerata", destinata a diffondersi ovunque nel giro di pochi anni (con la fine del regime nazista). I nazionalsocialisti cercarono di riformare l’intera cultura assoggettandola alla loro ideologia: un regime totalitario con una cultura omologata ad esso. La molteplicità culturale tedesca era così distrutta. Il nuovo uomo-modello, il nuovo ideale razzista divenne il soggetto unico dell’arte nazionalsocialista: culto del corpo, unità razziale e forza militare ne erano la base. La nuova cultura riuniva i cittadini nella cerchia della Corte Imperiale Culturale, e l’astensione da tale organo significava il divieto a numerosi letterati, ebrei, democratici e artisti di svolgere la propria attività. La convinzione di Hitler sulle sue competenze in campo culturale, lo portò ad intervenire smodatamente nelle attività artistiche, imponendo l’annientamento di ogni influsso stilistico moderno internazionale, che anzi doveva essere schiacciato dalla rappresentazione del patetico eroismo del corpo.

Utilizzando i moderni processi di comunicazione visiva, Grosz sintetizza nelle sue figure le contraddizioni di una socialità esteriore e di una asocialità di fondo; svela la realtà di una pericolosa follia dietro l’autoritarismo politico, e dietro la nevrotica corsa alla ricchezza e al potere.

Nel dipinto Le colonne della società (1926), titolo ovviamente sarcastico, l’anarchico Grosz prende di mira i suoi nemici, individuati emblematicamente dai simboli delle loro attività: ci sono soldati con spade insanguinate, un giudice togato che gesticola, in primo piano i vertici del capitalismo che sottomettono il popolo con tre strumenti, altrettante allegorie del potere: una spada (l'esercito), un giornale (l'informazione), una bandiera (il nazionalismo). Sulle loro teste un  orinale, oggetto dissacrante per eccellenza, rifiuti organici e un guerriero a cavallo indicano le brutture che nutrono le loro menti.

George Grosz, Le colonne della società 1926

In Germany: a Winter’s tale (1918) l’artista richiama l’attenzione sulla miseria delle figure che detengono il potere e che pretendono di essere la guida del paese. Tutto è nel caos, e Berlino, simbolo della nazione, sembra sconvolta da un terremoto: palazzi, chiese, fabbriche vacillano. Al centro, seduto a tavola, l’eterno borghese tedesco, grasso e pauroso: vorrebbe godere della vita, senza accorgersi che tutto attorno a lui sta crollando a pezzi. In primo piano i personaggi rappresentano le basi della società, la scuola, l’esercito, la chiesa; tre rigidi fantocci che non si accorgono neanch’essi di quello che sta accadendo intorno a loro. Quando i pilastri della società si girano dall’altro lato per non vedere, perché non hanno più la forza per intervenire, o ancora, non vogliono perdere posizioni e privilegi, il caos e la crisi si fanno ancor più difficili da combattere.

Oggi si fanno ancora i conti con una crisi finanziaria di importanti dimensioni e con un generale clima di sfiducia. Bisogna guardare in faccia la realtà, per quanto grave, e reagire con determinazione per provare a guarire.

George Grosz, Germany: a Winter’s tale 1918

George Grosz tornò a vivere in Germania nel 1958, morì l’anno seguente in circostanze insolite: tornato a casa completamente ubriaco, aprì la porta della cantina anziché quella di ingresso. Il risultato fu una rovinosa caduta che gli costò la vita. La stravaganza era parte della sua persona.

ArtèPolitica è una rubrica a cura di Sara Pizzi

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