Martedì 15 Maggio 2012 08:40

Obama e i matrimoni gay, una mossa ininfluente

Autore:  Cristiano Bosco

Ne hanno parlato dappertutto. La notizia è rimbalzata per giorni e giorni, di agenzia in agenzia. Annunciando di essere a favore dei matrimoni tra persone del medesimo sesso, il presidente americano Barack Obama ha lanciato una bomba gamma mediatica, il cui impatto si è sentito pressoché ovunque nel globo terracqueo, e ha improvvisamente influenzato – ma non drasticamente cambiato, almeno per il momento - la campagna per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. L'autorevole magazine Newsweek, che questa settimana ospita un pezzo dell'opinionista gay Andrew Sullivan, gli ha dedicato una copertina accompagnata dall'audace titolo “Il primo presidente gay”, mentre The New Yorker ha più sobriamente raffigurato una Casa Bianca le cui colonne portano i colori della bandiera LGBT.

La mossa dell'inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, con molta probabilità studiata a tavolino, ma presumibilmente anticipata a causa delle analoghe (ed assolutamente impreviste) dichiarazioni in tal senso del suo vice Joe Biden a “Meet the Press” sulla NBC, è una scommessa che porta ovviamente con sé numerosi rischi, sul piano politico.

Da una parte, tale posizione ha innegabili vantaggi: come dimostrato da numerosi sondaggi, l'opinione pubblica, negli ultimi anni, ha registrato una crescente visione favorevole dei matrimoni gay, con conseguente riduzione della percentuale di contrarietà; inoltre, la base liberal e dell'ultrasinistra, che spesso ha rimproverato Obama di essere “troppo centrista”, può ora cantare vittoria, per una affermazione che fa il paio con il provvedimento che, in materia, due anni or sono ha abrogato la norma clintoniana “Don't Ask, Don't Tell” che poneva limitazioni agli omosessuali nelle forze armate americane; infine, la conversione di Obama apre la strada ad un nuovo fiume di finanziamenti, provenienti da importanti “big donors” del Partito Democratico e dell'attuale presidente, tra i quali ve ne sono molti dichiaratamente gay.

I possibili svantaggi, tuttavia, sono in numero pari, se non addirittura maggiori: se è vero che la percentuale di americani favorevoli al matrimonio gay è in crescita, ciò non significa che essa rappresenti la stragrande maggioranza degli elettori, specialmente negli Stati chiave in vista delle elezioni presidenziali, o Stati che ospitano ampie porzioni di elettorato conservatore, come ad esempio la Carolina del Nord, che solo la scorsa settimana ha approvato, con il 60% dei voti, l'Amendment One, che rende quello tra un uomo ed una donna l'unico tipo di unione legale; inoltre, mentre alcuni hanno notato che Obama non è il primo politico al potere ad essersi espresso in tale senso – fu infatti Dick Cheney, vice presidente nei due mandati del repubblicano George W. Bush, a mostrare segni di apertura, affermando che fosse competenza dei singoli Stati decidere in materia – sono moltissimi che hanno evidenziato, sul web, una certa tendenza del presidente al cambiare idea sull'argomento, a seconda della stagione politica. Un flip-flopping degno dell'indimenticabile John Kerry, colui che “era a favore prima di essere contrario” alla guerra in Iraq, o dell'attuale candidato repubblicano alla Casa Bianca Mitt Romney, il cui stratega capo ha dichiarato pubblicamente che la campagna elettorale è “come una lavagnetta magica”, in cui giorno dopo giorno si cancella il passato e si assumono le posizioni elettoralmente più vantaggiose.

Per rendersi conto dello strano percorso di Barack Obama sul tema delle unioni omosessuali, basta recuperare qualche sua vecchia intervista su YouTube o, ancora più semplice, aprire Wikipedia in inglese, alla pagina “Barack Obama social policy”: si può leggere testualmente che “Obama ha sostenuto la legalizzazione del same-sex marriage quando si candidò per la prima volta al Senato dell'Illinois nel 1996, era indeciso riguardo la sua legalizzazione quando corse per la rielezione del Senato dell'Illinois nel 1998, ha sostenuto le unioni civili ma non i matrimoni dello stesso sesso quando si presentò per il Senato americano nel 2004 e come presidente nel 2008”. E ancora: “Obama votò contro il Federal Marriage Amendment che avrebbe definito il matrimonio come un'unione tra un uomo ed una donna, ma dichiarò in una intervista del 2008 che personalmente ritiene che il matrimonio sia 'tra un uomo ed una donna' e che lui è 'non a favore del matrimonio gay'”. Un curriculum altalenante, tanto di voti ed esperienze politiche, quanto di pubbliche esternazioni, che lo mette oggi in una posizione alquanto difficile, esponendolo alle critiche dell'opinione pubblica, nonché ad eventuali attacchi da parte degli avversari.

Sul fronte repubblicano, è piuttosto improbabile che gli strateghi del GOP investano troppo tempo ed energie sul tema (altrimenti lo avrebbero già fatto, e con l'artiglieria pesante), e ciò è dimostrato dai pochi fuochi di controffensiva scaturitisi dopo le parole del presidente e dai minimi accenni alla questione. Nel corso della sua visita alla evangelica Liberty University, il sicuro candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney si è soffermato sull'argomento solamente una volta, per affermare che “il matrimonio è una relazione tra un uomo ed una donna”. Presumibilmente, Romney ed il suo team hanno deciso di non cavalcare troppo la questione – nonostante le pressioni dell'ex rivale Rick Santorum, sempre sensibile sulle politiche sociali - perché si sono resi conto che gli evangelici ed i conservatori sociali sono già indirizzati in loro direzione, e non in quella del presidente uscente, rendendo così del tutto superflua una eventuale battaglia all'arma bianca sui matrimoni gay. In aggiunta a ciò, è evidente che il Grand Old Party sia intenzionato a riportare l'attenzione dei media – e degli americani – sull'economia, il cui stato poco soddisfacente rappresenta attualmente il tallone d'Achille della Casa Bianca.

Ma la motivazione principale che ha reso il contraccolpo politico inversamente proporzionale, per dimensioni, al frastuono mediatico causato dalle affermazioni di Barack Obama è dovuto al fatto che, come notato da Chris Cillizza di The Fix, seguitissimo blog politico del Washington Post, tale annuncio avrà quasi sicuramente una scarsissima eco ed un analogo ruolo nelle urne il prossimo novembre, “perché le persone che sono legate profondamente al tema dei matrimoni tra individui dello stesso sesso sono primariamente cristallizzate sulla sinistra e sulla destra ideologiche dei loro rispettivi partiti e, così, voterebbero a favore o contro Obama a prescindere da quanto farebbe al riguardo”. Non è un caso, infatti, che in un sondaggio svoltosi a metà aprile, meno dell'1% della popolazione abbia risposto “i diritti degli omosessuali” alla domanda “qual è la sfida più importante per gli Stati Uniti oggi?”, mentre un 54%, a marzo, affermava che le idee di un candidato su questo particolare tema non avrebbero fatto la differenza. Insomma, senza dubbio una tematica importante, ma sicuramente secondaria, che non toglie il sonno agli americani, e che non rappresenta la principale apprensione di una nazione alle prese con una difficile congiuntura economica. Ecco perché Obama, nonostante lo zigzagare di posizioni politiche del suo passato, può permettersi clamorose dichiarazioni di questo genere sui matrimoni gay, nella speranza di distogliere l'attenzione degli elettori dai dati su occupazione e sviluppo, e perché l'avversario Romney può permettersi di controbattere, ma in maniera soft, nella speranza di riportare velocemente l'attenzione degli elettori sulla crisi. Come recita una regola non scritta della politica a stelle e strisce, it's the economy, stupid. Che colpisce e preoccupa tutti, a prescindere dal proprio orientamento sessuale.

Cristiano Bosco

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