Lunedì 21 Maggio 2012 09:36

Le vittime che servono alla politica…sono vittime due volte

Autore:  Francesco Colamartino

Si può fare politica sulla pelle di vittime innocenti e senza bandiera? Si può davvero arrivare a tanto? Ebbene sì. Una sinistra italiana senza più eroi, senza più un “nemico pubblico numero uno” che le faccia da capro espiatorio di ogni male, una sinistra ormai allo sbaraglio può.

Accade oggi, 19 maggio, in Piazza della Scala a Milano nel presidio di solidarietà per le vittime dell’attentato alla scuola di Brindisi. Attentato in cui ha perso la vita una studentessa di 16 anni, Melissa, e in cui altre sei sono rimaste gravemente ferite. Una è quasi in fin di vita. Un atto vergognoso e infame, di una gravità tale che dovrebbe riunire tutto il Paese sotto un’unica bandiera, quella della voglia implacabile di giustizia. E invece nell’uggioso e plumbeo pomeriggio di un sabato ahimè diverso da tanti altri, di bandiere ce ne sono fin troppe, ma tutte di partito, e di uno soltanto.

Ci sono tutte le tonalità di un rosso che campeggia ormai come fatiscente lapide di un passato sepolto da tempo. Da Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola - forse il simbolo meno fuori luogo, visto che il presidente del partito è il governatore della Puglia - si passa ai nostalgici rifondaroli della falce e martello, per finire con gli irriducibili ultras della rivoluzione maoista. Vestigia ataviche di una sinistra ormai estinta, fuggita dalle piazze, dalle scuole e dalle fabbriche. Riesumate alla prima buona occasione di facile strumentalizzazione politica.

Ci sono le telecamere, i giornalisti. E in un attimo sette giovani vittime diventano la vetrina, la passerella per la solita sfilata di qualcosa che non esiste più. E quando c’è così tanto vuoto si sa, l’apparenza trionfa a buon mercato. In Piazza della Scala un mare di vessilli di partito sovrasta e occulta i cartelli che gli studenti brindisini hanno preparato per ricordare le loro vittime. Loro e di un’intera Nazione. Dopo gli interventi del vicesindaco Maria Grazia Guida, dell’assessore al bilancio Bruno Tabacci e di Nando dalla Chiesa, si forma lentamente un corteo che si incammina verso via Palestro, luogo intriso di grande valore simbolico. Lì il 27 luglio del 1993 un’autobomba esplose alle 23.14 vicino al Padiglione d’arte contemporanea. Il sangue delle cinque vittime era l’ennesima firma di Cosa Nostra. Pochi metri e la testa del corteo intona “Bella Ciao” e “Fischia il Vento”. Sventolano le bandiere rosse sotto un cielo listato a lutto, verso cui si innalzano schiere di pugni chiusi.

Che cosa avrebbero dovuto testimoniare oggi quei pugni, quei canti e quelle bandiere? Non c’è ancora alcuna certezza su quale possa essere la reale matrice dell’attentato. E una pista neofascista sembra quanto di più fantascientifico si possa immaginare. Se la matrice dell’attentato fosse stata tale, almeno quelle bandiere avrebbero avuto un minimo di senso in quella piazza. E se invece si trattasse di mafia? La sinistra ha avuto certo le sue vittime di mafia, dai manifestanti di Portella delle Ginestre a Pio La Torre, passando per Peppino Impastato. Uomini impavidi che hanno denunciato con coraggio e fermezza la mafia pagandone caro il prezzo. Ma tutto ciò l’hanno fatto e subìto in quanto uomini, mai come servi di partito. Quelli che oggi si spacciano per loro eredi non fanno altro che insozzarne e disonorarne la memoria nel modo più indegno. Raggiungendo oggi un livello di demagogia e populismo senza precedenti, poiché fatto sulla pelle di sette studentesse di liceo - di cui una uccisa - che di falce e martello avranno letto solo sui libri.

Oggi Milano e l’Italia ricordavano le vittime di un gesto che non doveva alimentare divisioni, fratture, partigianerie e, soprattutto, squallide e vili strumentalizzazioni politiche. Bassezze purtroppo non inedite nel repertorio della sinistra italiana, che tutto sembra aver dimenticato degli antichi dogmi e delle vecchie dottrine, fuorché quella dell’egemonia di gramsciana memoria.

Le vittime innocenti di un attentato vanno ricordate nel rispettoso e decoroso silenzio dell’interiorità, anche in mezzo a una piazza gremita di gente. L’ostentazione di simboli e slogan di partito equivale a infierire due volte sulle vittime attorno a cui un intero Paese ora si stringe. È il paradigma di una sinistra che non vuole cambiare, e che davanti a un Paese in crisi, in cui oggi più che mai bisogna essere uniti, privilegia la divisione fino alla fine.  

Francesco Colamartino

1 commento

  • Francesco Martedì 22 Maggio 2012 10:01 inserito da Francesco

    * "Portella Della Ginestra" c'è un refuso :)

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