Ora che è tempo di resettare e decidere il nuovo nome con cui far dimenticare tutto il vecchio. Ora che con i sondaggi che relegano il Pdl a terzo partito nazionale, dietro finanche al Movimento Cinque Stelle di Grillo, bisogna sostituire il marchio di fabbrica. Ora è spuntato ‘Italia Pulita’. Berlusconi, da buon maestro di spot, ha iniziato dalla fine piazzando la ciliegina che dovrebbe essere finale sulla torta con la quale vorrebbe di nuovo addolcire gli italiani. E sembrano davvero passati anni luce da quella battuta spesa in una edizione di Striscia la Notizia all’indomani della Bolognina: “Anche i comunisti cambiano nome, ma quelle come le veline si chiamano sempre allo stesso modo: a bbone!”.
Fatto sta che ‘Italia pulita’ è una ciliegina che va di traverso a chi, quel nome e quell’etichetta, già l’ha registrata per la sua di ditta. E’ il caso di Michele Logiurato, l’imprenditore marchigiano con la passione per la politica investito improvvisamente da inevitabile notorietà. Fino a poche settimane fa era ‘prelibatezza’ per pochi: chi lo conosceva se lo gustava su YouTube con tanto di forcone (“per motivi di comunicazione”, ha spiegato poi) e incitamento a prendere i politici (“tutti”) a calci nelle palle (“vuoi mettere la soddisfazione di un operaio morto di fame?”).
Ma, detto che Logiurato sostiene sia cosa buona e giusta riaprire le case chiuse (“una cosa di buon senso, non è una cosa politica”, ha dichiarato significativamente una volta diventato famoso in un’intervista rilasciata a ‘La Zanzara’ a Radio 24), e scovato che italiapulita.it fa riferimento a una ditta di Venezia che vende (anche) carta igienica, due scherzi del destino berlusconiano, si deve pur ricordare che anche ai tempi del trapasso da Forza Italia al Pdl ci fu un problema di registrazione del marchio. Solo che il ‘Logiurato’ dell’epoca non fu un imprenditore che giurò a Berlusconi che il suo marchio se lo poteva scordare (“fortunatamente sto nelle condizioni economiche di poter dire no”), ma il sindaco di un paese alle falde del Vesuvio, famoso (lui malgrado) solo per la discarica che ospita: Terzigno.
Correva l’anno 2007: e il primo a far stampare e vincere col marchio Pdl una elezione fu lui, Domenico Auricchio. Poco importa che Pdl stava per Partito e non per Popolo della libertà.
Auricchio depositò marchio e simbolo prima delle amministrative del 27 e 28 maggio 2007. E la cosa gli portò fortuna. “Un'esperienza pilota di aggregazione tra Forza Italia ed An”, ha ricordato poi.

Ma tant’è: il marchio Pdl fu protocollato presso la commissione mandamentale della ex Pretura di Ottaviano, ufficio distaccato del Tribunale di Nola. E solamente in vista delle elezioni politiche del 2008 e, prima ancora, del predellino di piazza San Babila (18 novembre 2007), Berlusconi, smanioso di mettere al sicuro simbolo e marchio del partito che “doveva cambiare l’Italia per i prossimi decenni”, cominciò a farsi sentire. E così: mentre in paese la gente già mormorava che il Cavaliere aveva promesso al sindaco una bella poltrona in Parlamento, “il 24 agosto 2007 – ricorda Auricchio - con una scrittura privata, cedetti volontariamente il simbolo al Cavaliere, da allora l'unico avente diritto a tale segno distintivo”. Conseguentemente, il primo cittadino di Terzigno si impegnò a non farne più uso.
Ora: il posto in Parlamento non l’ha mai avuto. Ma più tardi, Auricchio ha avuto modo di gonfiare il petto pronunciando queste parole: “Il Presidente ha riconosciuto sia negli incontri privati che pubblici l'importanza del mio gesto. E i Circoli della Libertà mi hanno consegnato anche una targa”. C’è un video su Youtube (‘Berlusconi premia il sindaco Auricchio’) che gli rende giustizia, immortalandolo nel suo quarto d’ora (in realtà, molto meno) di celebrità. Ricordando, suo malgrado, un pò Totò e Peppino a Milano, il nostro sindaco, ad ottobre 2007, salì sul palco accanto a Berlusconi e a quella che sarebbe diventata un suo ministro: Michela Vittoria Brambilla.
Ora. Cinque anni dopo: sarà il segno della furia grillina che imperversa nel Paese, o solo del declino del Cavaliere, ma rabbonire con una targa e una pacca sulla spalla i legittimi proprietari del marchio ‘Italia Pulita’ appare, persino per Berlusconi, un tantino più complicato.
Oltre che la torta, magari anche la ciliegina non si trova più a buon mercato.
Giovanni Santaniello










Cosa si può dire di un partito di Berlusconi che si potrebbe chiamare Italia pulita (il condizionale è d'obbligo)? Non è neppure un ossimoro. È una dicotomia. Come se il partito nazionalsocialista avesse aggiunto alla propria definizione l'aggettivo "democratico"