L’epitaffio di Pericle riposa lontano e modernissimo nella storia della politica greca e della tradizione occidentale come noi la conosciamo, ma risuona nelle nostre orecchie alla luce dei recenti risultati delle elezioni politiche greche. La Grecia non ha tradito la trascrizione tucididea che esortava il demos ateniese all’apertura, ma anche allo spirito di sacrifico collettivo per difendere la patria.
Parto da qui, perché se lo statista classico reputa la tutela del sistema costruito degno del sacrificio dei cittadini stessi, oggi, ci troviamo dinanzi al riaffermarsi del lascito pericleo. I cittadini Ateniesi hanno scelto la difesa delle istituzioni democratiche e hanno difeso il loro coinvolgimento nella struttura europea; lo hanno fatto indipendentemente dai sacrifici e dalle sirene lascive di un’alternativa impraticabile per la Grecia, per l’Europa e per quella civiltà che proprio in Grecia è nata. I nuovi persiani erano la Dracma, la scelta di alimentare i vizi di uno stato che è arrivato dove è arrivato proprio a causa della leggerezza nella gestione dello Stato e la promessa di un futuro a tinte fosche, nonostante gli sforzi di farlo apparire ora libero - Ricetta Syriza – ora farsescamente orgoglioso e sovversivamente delinquenziale – ricetta Alba Dorata.
Il risultato è che in Grecia si è lottato e si scelto di affidarsi alla, lo dico con l’idioma della ingiustamente odiata Germania, Große Koalition!
Credo che Samaras e Venizelos abbiano interpretato il profondo bisogno del popolo Greco: non essere lasciato solo. Certo, da quello che si legge, sarebbe stato più confortante un maggiore coinvolgimento di Papademos, chiesto dal ceto imprenditoriale Greco, o del governatore della Banca centrale Greca, Provopoulos, od ancora da un impegno diretto del Nobel all’economia Pissarides che, invece, dovrebbe avere un ruolo chiave “solo” come interlocutore della Troika.
Alcune riflessioni delle ultime ore circa la vicenda elettorale, politica e storica greca; di seguito ve ne rendo conto.
In primo luogo, il ruolo degli Stati Uniti: Barack Obama, nei giorni scorsi ed ancora in queste ore, ha profuso attenzioni rivolte alla Grecia e all’Europa, nemmeno fossero il suo Illinois. Va da sé che la partita greca e l’esito dell’integrazione europea siano di centrale importanza anche oltreoceano. La Casa Bianca non ha solo rivolto un appello ai greci prima delle elezioni, ma ha anche continuato a monitorare l’evoluzione delle vicende di casa nostra in un modo che ha persino fatto irritare molti veterani dell’integrazione europea come il nostro Presidente del Consiglio. Alla base di questa Pressione, di quella che potremmo ribattezzare “moral suasion” nelle politiche macroeconomiche Europee, c’è l’interesse ovvio di non vedere destabilizzato il più grande partner commerciale, economico e per certi versi politico degli Stati Uniti. Per il momento, la scelta dell’amministrazione Obama sembra non aver dato i frutti sperati, con tutti i governi EU che, almeno in questo, sembrano far quadrato con il Cancelliere Merkel al punto di disertare il Bilaterale EU-USA al G20. Non è un caso che Barroso, a Los Cabos, abbia dichiarato: ''Non siamo qui per prendere lezioni di democrazia o di gestione dell'economia''. Ben fatto, aggiungerei.
In secondo luogo, una breve riflessione circa il ruolo dell’Unione Europea. La Grecia, come anche gli altri euro-deboli, non si trova nella drammatica situazione odierna, a causa di fameliche composizioni di potere che aspirano ad azzerare e a rendere sudditi tutti coloro i quali non rispondono al piano tedesco. Questi soggetti, si trovano in difficoltà, perché le politiche economiche che hanno scelto, correlate a politiche pubbliche poco responsabili, li hanno trascinati verso l’attuale gravissima situazione. L’Europa in Grecia c’è, ha già salvato la Grecia con ben 347 miliardi di euro e l’impegno greco, impegno che i greci stessi hanno compreso di dover mettere sul piatto, attraverso il voto, è quanto di più bello il popolo greco potesse garantire all’Europa. Ora, l’Unione dovrà fare un passo verso quel popolo greco che ha creduto in un disegno che è ancora in grado di riscuotere fiducia e che potrebbe tornare a far emozionare. Lo stesso Eurogruppo, con il suo statement del 17 Giugno, ha dichiarato, pur nella comprensibile fermezza sul rigore, che l’Europa c’è e che è impegnata a collaborare per fronteggiare la crisi che l’economia del paese sta fronteggiando.
Infine, vorrei parlare di quello che definirei il “privilegio dell’irresponsabilità” di Syriza. Il programma politico della Sinistra Greca avrebbe, se realizzato, scardinato un intero sistema ed il contagio, prevedibilmente, avrebbe comportato una pressione su tutti i paesi euro-deboli dell’Eurozona. Parliamo di un terremoto dagli effetti economici, ma anche, e soprattutto, politici indefinibili. In una situazione in cui il PIL è sceso del 6,5%, la disoccupazione è cresciuta sino a toccare quasi il 23% e la situazione debitoria resta tesissima, l’annuncio del leader di Syriza, Tsipras, di voler cancellare il “diktat dei creditori” avrebbe messo, se realizzato, Atene in condizioni di non manovra e di Default disordinato. L'uscita dell’Euro, sulla quale lo stesso Tsipras ha vociato timidamente, sarebbe diventata molto probabile. La mera rinegoziazione dei memoranda si sarebbe mal conciliata con la permanenza nell’Eurozona e forse con la stessa permanenza greca nell’EU.
Oggi il governo di Samaras, i partiti di Nuova Democrazia e del Pasok, quest'ultimo fortemente colpito anche da quest’ultima tornata elettorale, e la sinistra moderata di Dimar hanno dinanzi a sé la responsabilità di compiere scelte durissime per il popolo che li ha scelti.
La Grecia, però, ha anche una speranza: quella di riconquistare giorno dopo giorno, sacrificio dopo sacrificio, il posto che le spetta in Europa, perché: “la felicità deriva dalla libertà e la libertà dal coraggio, non preoccupatevi, quindi, dei pericoli della guerra. Infatti, hanno riguardo per la propria vita non coloro che vivono malamente, che non hanno alcuna speranza di un bene futuro, ma coloro che, continuando a vivere, corrono il rischio di un peggioramento della loro vita e per i quali, in caso di sconfitta, le differenze rispetto alla situazione precedente sarebbero davvero pesanti. Per un uomo dagli intenti elevati è più dolorosa l'umiliazione legata all'essere stato vile che la morte che sopraggiunge inavvertita, accompagnata allo stesso tempo (…) dalla speranza comune” (La guerra del Peloponneso - Tuc. II,43).
Antonello Fiorucci









