Una realtà fatta da oggetti di scarto: questa è la materia pittorica di Alberto Burri, una delle figure più rappresentative dell’esperienza artistica informale. Sacchi di juta, memori della prigionia in Texas, legno, ferro, plastica, materiali “vissuti”, intrisi di vita e/o di morte, vengono manipolati alla stregua di tavolozza e pennelli per creare composizioni vibranti, riscattandosi così attraverso una forte valenza estetica. Cuciti, bruciati, soggetti a tensioni, non vi è che l’esistere della materia in una presenza nuda, assoluta, evocativa. Realizzati negli anni ’50, i primi Sacchi definiscono una vera rivoluzione nella pittura italiana del dopoguerra: laceri e strappati, sono l’immagine eloquente dell’uomo contemporaneo, provato dalle guerre, segnato dal sangue e dalle ferite degli stermini.

Alberto Burri Sacco IV 1954
Nel secondo dopoguerra esplode nuovamente (così come all’inizio del secolo con le Avanguardie Storiche), e con più ampie proporzioni, la crisi del rapporto tra arte e società. Il malessere e la crisi esistenziale provocarono disorientamento nel ceto intellettuale consapevole della perdita di centralità dell’uomo; un uomo ormai sfiduciato nei confronti di un progresso che fino al quel momento aveva portato solo alla guerra. Le espressioni figurative di questo periodo rispecchiano un clima di disagio e la ricerca di un nuovo rapporto tra arte, i suoi materiali, e il pubblico a cui si rivolge. Le ragioni della tendenza definita dal critico francese Michel Tapié come “informale”, si ritrovano in un contesto succeduto non solo alla tragedia della seconda guerra mondiale, ma anche al disinteresse per una realtà umana che ha sopportato un tale orrore, e si esprimono col rifiuto dei canoni legati alla cultura artistica tradizionale. La possibilità che il pianeta potesse essere distrutto a seguito del lancio della bomba atomica, influì come segnale della fine di un ciclo dell'umanità. Il linguaggio informale si esprime attraverso l’ascolto dell’inconscio e l’esplosione dell’immagine dal profondo dell’io. In questo senso appare molto vicino alle precedenti esperienze espressioniste e surrealiste, ma con risultati lontani dall’ancora presente figurativismo. L’artista si rivolge dunque alla materia informe spinto da una condizione di disarmonia esistenziale, politica e sociale, esplorandone tutte le possibilità espressive e la facoltà di divenire oggetto d'arte. L’opera d’arte informale è una dichiarazione dell’opinione disperata dell’uomo. Il segno tracciato sulla materia, qualsiasi essa sia, la gestualità insita nell'incidere, graffiare, tagliare, ferire o bucare, individuano la nuova condizione di estraneità ed emarginazione dell'artista, dell’uomo. L'opera vuole essere realtà, testimone dell'essere dell'artista, testimone del tempo.
La materia di Burri diventa il significante del degradarsi della realtà contemporanea, un degrado non rappresentato ma presentato direttamente dalla materia stessa. La sua ricerca coincide con una sublimazione poetica dei rifiuti, concepiti come residui solidi dell’esistenza.
Agli anni ’60 appartengono le combustioni e i lavori in cui protagonista è la plastica; Burri sostituisce il fuoco ai tradizionali strumenti di lavoro: aggredisce la materia con la violenza della fiamma ossidrica, che combinata alla potente carica passionale del colore rosso riesce a generare un forte impatto emotivo (Grande Rosso P18, 1964). Fin dai primi esperimenti vediamo l’artista impegnato ad esplorare le potenzialità espressive della materia e della sua superficie, ma è la plastica più di tutte a offrirgli le più svariate possibilità, a stimolarlo: l’elemento che più di altri simboleggia la quotidianità contemporanea. Trasparente o colorata, plasmabile con estrema facilità, la plastica reagisce al fuoco come se fosse viva, facendosi morbida, arrendevole.
I lavori di Alberto Burri, certamente anticonvenzionali, scandalizzarono sia il pubblico che la critica, ma essi non poterono che essere tali, non poterono che essere interpreti ricettivi del contesto contemporaneo. Finita la guerra era tutto da rifare, e le difficoltà, anche economiche, hanno in qualche modo imposto un atteggiamento volto al recupero. Non solo, il materiale “recuperato” aveva la grande forza di testimoniare un fatto, un sentimento, si faceva esso stesso portatore di significato. Quello che si può dire con certezza è che le materie sono diventate sensibili, ogni segno allude ad una sofferenza, offesa, tortura, di cui si rinnova il dolore. Per quanto la materia venga messa alla prova nei modi più crudeli, non si perde coscienza della realtà: più ci si immedesima nella materia e nel suo patire, e più si è consapevoli. La percezione dell’alienazione ne riscatta la passività.

Alberto Burri, Grande Rosso P18 1964 Alberto Burri, Cretto G1 1975
Con la serie delle “combustioni”, Burri compie una svolta significativa introducendo il fuoco tra i suoi strumenti artistici. Ciò che segna e corrode i materiali è un’energia che ha un valore quasi metaforico primordiale. Questo concetto di logorio raggiunge il suo maggior respiro cosmico con la serie dei Cretti negli anni ‘70. Qui è presente il massimo grado di purezza ed espressività: realizzati in bianco o in nero, hanno l’aspetto della terra essiccata. La terra come il fuoco è anch’essa elemento primordiale: la carenza dell’acqua la devitalizza, e la terra diventa il residuo solido di una vita definitivamente scomparsa.
Nell’opera di Burri è come se l’arte intervenisse “dopo”: dopo che i suoi materiali siano già stati usati. È così che ci porta a riflettere su quello che è accaduto “prima”: prima che quegli stessi materiali fossero fissati nell’immobilità dell’opera d’arte per sempre. Burri è tra gli artisti che hanno rivoluzionato il rapporto dell’arte con la vita, mettendone in discussione radicalmente la funzione/finzione mimetica rispetto ad essa. L’arte ci riferisce la vita con la sincerità della vita stessa.
Sara Pizzi è la curatrice della rubrica ArtèPolitica









