Un'altra puntata di The Match, una partita che si gioca sulle issues, sulle tematiche concrete che mai come in questa occasione sembrano poter avere un impatto non solo sull'esito elettorale, ma anche sull'indirizzo strategico e comunicativo che i candidati daranno alla loro campagna. Dunque basta con i personalismi? Basta con competizioni self orieted? Ebbene, nel 2012 i candidati alla presidenza USA per conquistare voti e vincere dovranno confrontarsi anche su problematiche e contenuti, nei confronti dei quali chiunque aspiri alla White House deve mostrarsi competente e coerente. Antonio Ciaglia ci accompagna in questo viaggio alla scoperta degli scacchieri principali sui quali nei prossimi mesi si giocherà un’importante partita tra Obama e Romney ...perchè parlare alla pancia degli elettori non sarà l'unico asso nella manica dei candidati presidenziali.
Nel 2008, la campagna presidenziale americana, che vedeva contrapposti Barack Obama e John McCain, si rivelò un vero e proprio tripudio per teorici, fautori e simpatizzanti vari della personalizzazione della politica. Una serie di concause, infatti, contribuì a rendere celebre la figura di Barack Obama ancor prima della sua investitura presidenziale. Tra queste, basti ricordare la tiratissima battaglia delle primarie con Hillary Clinton, la possibilità di dare agli Stati Uniti il primo presidente afroamericano della sua storia, un impianto strategico-comunicativo che ha già fatto scuola. Insomma, le elezioni del 2008 verranno ricordate per la centralità delle persone in ogni contesa elettorale che si rispetti, o meglio, la centralità della persona, dato che il pur volenteroso John McCain, più che un potenziale winner, sembrava poco più che un espediente scenografico per l’incoronazione obamiana. D’altronde, dacché mondo è mondo, l’eroe, per essere davvero tale, ha bisogno di un cattivo da surclassare. L’intera campagna delle primarie prima, e presidenziale poi, sembra adesso, dopo 4 anni, una lunga fase preparatoria alla grande cerimonia personale del 4 novembre.
Nella campagna presidenziale del 2012 molte di queste condizioni non sono più rintracciabili. Obama è reduce da un quadriennio presidenziale estremamente provante, ha governato e ha preso decisioni, per cui, quasi automaticamente, la sua strategia elettorale richiede di essere integrata da una forte componente difensiva nei confronti delle ragioni alla base di quanto si è o non si è realizzato. Al contempo, gli elementi di novità (sempre e solo dal punto di vista delle persone in gioco) vengono clamorosamente meno. Infatti, sul fronte repubblicano, i favori dell’elettorato si sono indirizzati verso Mitt Romney. Romney ha governato il Massachusetts dal 2003 al 2007, e – come molti ricorderanno - ha preso parte anche alle primarie repubblicane del 2008, di cui si ricorda un’accesa battaglia con Huckabee in Iowa. Romney rappresenta uno di quei profili politici che ti aspetti di trovare sempre in una competizione primaria, un po’ come l’Arsenal in Champions League (non me ne vogliano i magnifici supporters dei gunners), uno di quei candidati ideali per fare numero, ma che poi saranno inevitabilmente azzerati da un candidato più accattivante, più conservatore, più comunicativo... un candidato, in definitiva, dal profilo più vincente. Il fatto che poi quest’anno la scelta elettorale sia virata proprio su di lui rappresenta, a mio avviso, un segnale di debolezza in area repubblicana che deve preoccupare: non è mai un buon segno quando si opta per il meno peggio. Ma qui siamo nel campo dell’opinabile, possiamo discuterne.
Ciò che interessa rilevare è che, date queste premesse, nel 2012 le persone non bastano più. Ed ecco che, da diversi mesi a questa parte, in soccorso a personalità e profili politici piuttosto offuscati sono accorse le issues, tematiche e questioni concrete con cui incumbent e opponent sono chiamati a misurarsi. Ritengo che al momento siano tre gli scacchieri principali sui quali si gioca la partita tra Obama e Romney.
Immigrazione. L’eccezionalismo americano sta anche nella involontaria ironia racchiusa nei suoi spaccati di vita politica. Il destino di coloro che ambiscono a governare la nazione è nelle mani di una nutrita schiera di cittadini non del tutto (per alcuni non abbastanza) americani. Tra i candidati si è scatenata, infatti, la caccia al voto ispanico, che avrà un peso determinante nel decretare l’esito del voto in Florida, uno dei principali swing states. E tale caccia vede emergere come cruciale il tema verso cui questo bacino elettorale ha giocoforza maggiore sensibilità: l’immigrazione. Obama ha recentemente reso noto che non saranno più deportati gli immigrati entrati clandestinamente in territorio americano da bambini, giustificando tale scelta di policy con la necessità di dare a queste persone uno status preciso. “Sono americani nel cuore e nella mente, sono americani in tutto e per tutto tranne che su un pezzo di carta”. La reazione repubblicana è stata piuttosto flebile: troppo scivoloso questo terreno, troppo rischioso addentrarsi nel merito di una questione che li sottopone allo stress di dover mediare tra il proprio zoccolo duro e potenziali elettori etnicamente connotati. Intanto, in casa repubblicana, il nome del senatore della Florida Marco Rubio, cubano-americano, circola con crescente insistenza tra notiziari televisivi e giornali come una delle figure più accreditate per un possibile ticket con Romney. Vedremo.
Sanità. Entro la fine del mese di giugno la Corte suprema dovrebbe pronunciarsi sulla costituzionalità della legge sulla quale Obama ha investito gran parte del proprio patrimonio politico e simbolico: la riforma sanitaria e il cosiddetto individual mandate. Se l’Affordable Care Act (meglio noto come Obamacare) dovesse subire una bocciatura, le conseguenze sulla campagna elettorale sarebbero imprevedibili. In tal senso, i repubblicani si mostrano più agguerriti, rimarcando il sacro diritto di ogni libero cittadino a decidere se e quando stipulare una polizza sanitaria, ma anche in questo caso le scaramucce non si sono ancora trasformate in guerriglia. Conviene a tutti aspettare la sentenza della Corte prima di decidere quale lama affinare.
Crisi economica. A differenza degli altri due temi in ballo, la crisi economica è più che altro una background issue, una tematica di sfondo con la quale non si può fare a meno di misurarsi. E così, dopo gli svariati attacchi sferrati da repubblicani e democratici alla povera Eurozone, e dopo gli auspici volti a scongiurare un possibile contagio oltreoceano, ognuno cerca di inquadrare il tema da una prospettiva ritenuta meno dannosa. I repubblicani molto candidamente (spero traspaia l’ironia) sostengono che nessuno come chi ha saputo portare le proprie aziende al successo possa avere gli strumenti adatti a difendere gli americani da un ritorno della crisi. I democratici cercano di rintuzzare gli attacchi a viso aperto di alcuni network nazionali che, con cifre alla mano, cercano di dimostrare come la crisi abbia iniziato a generare le conseguenze più nefaste per gli americani proprio dal 2008 in poi.
Dobbiamo quindi concludere che improvvisamente il fattore personalistico non conta più? Sarebbe da ingenui. Il profilo personale rappresenta ancora e sempre un elemento in grado di marcare la differenza, in America come altrove. D’altronde, nella fase delle primarie repubblicane la frase più ricorrente nei confronti di Romney era: “Non scalda i cuori”. Un giudizio non propriamente di merito. Il punto qui sostenuto è che, stante l’attuale congiuntura, alla dimensione personalistica e comunicativa si affiancano altre prospettive, altre chiavi di lettura per valutare un candidato e, più in generale, una piattaforma politica. La dimensione del voler fare, o, più prosaicamente dati i tempi di crisi, del poter fare, sembrano ritagliarsi un ruolo sempre più significativo all’interno dell’opinione pubblica americana nel suggerire come, in fin dei conti, è realmente un candidato.
Antonio Ciaglia









