Leonardo Morlino è Professore di Scienza Politica presso l’Università Luiss “Guido Carli” di Roma. Spinning Politics lo ha intervistato per voi sui risultati delle elezioni presidenziali in Egitto a pochi giorni dall’inizio del congresso dell’International Political Science Association (Ipsa) in programma a Madrid di cui lo stesso Morlino è Presidente.
Professor Morlino, un suo commento sull’esito delle elezioni presidenziali in Egitto.
L’elezione di Mohammed Morsi, candidato dei Fratelli musulmani, è un’indicazione che i militari hanno accettato dopo aver subìto il condizionamento della piazza. Si tratta quindi di una soluzione responsabile e che, nel complesso, possiamo considerare ragionevole, nell’ambito naturalmente di un regime che è ben lontano dall’essere una democrazia: da novembre ad ora, sia le elezioni alla Camera bassa che quelle alla Camera Alta, ma anche la stessa elezione a doppio turno del Presidente, hanno mostrato molti limiti; al contempo però ci hanno rivelato anche persone che vanno a votare, e questo fa sì che non ci si trovi più all’interno di un regime di tipo autoritario. Ci troviamo piuttosto di fronte ad un regime che viene definito “ibrido”: non è più autoritario ma è ben lontano dall’essere pienamente democratico; vedremo quali saranno gli sviluppi futuri.
Due punti mi paiono chiari: la capacità di mobilitazione dei Fratelli musulmani esiste e, se necessario, essi saranno ancora in grado di portare migliaia e migliaia di cittadini a partecipare ad eventuali manifestazioni. A ciò va aggiunta la morsa dei militari sia sul governo sia sul piano economico: tutto questo è alla base di conflitti che vedremo aggiustarsi nei prossimi anni.
Lei ha ricordato che i militari hanno subìto i condizionamenti della piazza. Ma davvero una piazza – come in questo caso piazza Tahrir – può mettere in moto un processo di democratizzazione o si è troppo enfatizzato l’aspetto della partecipazione popolare all’interno della cosiddetta “stagione araba”?
La piazza può solo condizionare la transizione di un regime, mentre non è in grado di assumersi la responsabilità di fare delle scelte e di stabilire le regole proprie del regime stesso. Nel caso egiziano, questo condizionamento c’è stato in maniera evidente, basta provare a fare un paragone con un caso lontano come quello della Spagna. Anche in Spagna c’era un condizionamento, ma si è trattato di un condizionamento molto più suggerito, molto più implicito, molto più nascosto: infatti si è trattato di una transizione interamente gestita da élites. Ma era una transizione verso la democrazia, nella quale bastava una presenza minacciosa che non doveva necessariamente concretizzarsi ed intervenire; poi, il caso spagnolo aveva alle spalle decenni di organizzazione dell’opposizione.
Nel caso egiziano, ci troviamo di fronte ad una piazza in parte organizzata attraverso i Fratelli musulmani, in parte no. Il suo condizionamento si è incanalato nel sistema dei blog e della comunicazione via Internet sia all’interno del mondo arabo che del mondo extra arabo (in particolare di quello inglese); tuttavia non c’è coerenza tra le opinioni espresse via Internet e quelle espresse dalla piazza che a volte è stata più conservatrice rispetto alle posizioni emerse dalla Rete. Detto questo, l’importanza della piazza c’è stata. E non va negata.
Che cosa manca all’Egitto per completare e strutturare al meglio questo processo di democratizzazione?
Manca molto, perché ci si può avvicinare ad una situazione di “pluralismo garantito”; il problema sarà quando i militari lasceranno il controllo del potere politico e il processo di democratizzazione non sarà affatto breve. Sarà per contro piuttosto lungo, e durerà non meno di cinque/dieci anni.
Intervista a cura di Angelica Stramazzi









