Qualche giorno fa Pierferdinando Casini ha dichiarato che alle prossime elezioni del 2013 il suo partito, l’Udc, correrà da solo con un proprio programma distinto – e distante – da quello degli altri attori politici, salvo poi valutare alleanze ed accordi da stringersi rigorosamente ad urne chiuse, quando cioè gli elettori si saranno già espressi in merito al rinnovo dei due rami del Parlamento.
Chi sperava quindi di preservare anche per il futuro le conquiste politiche degli anni più recenti – il confronto/scontro bipolare, la definizione di un programma chiaro e ben delineato approntato dalle varie squadre in campo, unitamente all’indicazione del capo dell’esecutivo cui dovrebbe spettare il compito di attuare quello per cui è stato designato dal popolo – vedrà sciogliersi come neve al sole una delle poche certezze della politica italiana, preferendo invece tornare indietro di diversi anni, arrivando nuovamente ad abbracciare il modus operandi della Prima Repubblica, quella dei 45 governi in 44 anni. Una Repubblica piuttosto instabile e parimenti litigiosa, non che – beninteso - gli attuali inquilini del Palazzo non lo siano. Ma si presume che, con l’incedere degli anni e con l’evoluzione della società cui la politica dovrebbe necessariamente far riferimento, mutino anche i costumi, le regole e le convenzioni stabilite tempo addietro.
Siccome nel nostro Paese non è possibile riformare alcunché, per cui si cambia tutto affinché nulla cambi, Casini, da buon democristiano, ha proposto un umile (ma conveniente, almeno per lui ed i suoi accoliti) ritorno al passato. Se quanto prospettato dovesse malauguratamente concretizzarsi, tornando ad un sistema di tipo proporzionale, ridiventerà lecito, come ha giustamente sottolineato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera il 6 agosto scorso, ciò che non lo era dopo il 1994: correre da soli alle elezioni e fare le alleanze di governo in Parlamento dopo il voto. Si chiarificherebbe così quello che l’editorialista del quotidiano di via Solferimo ha definito “il dilemma dei centristi”: l’incertezza e la difficoltà di collocarsi in uno schieramento piuttosto che in un altro prima del voto, si risolverebbe nello scegliere le alleanze di governo dopo la chiusura dei seggi, con l’intento – ma pare piuttosto si tratti di una scusa o di un espediente niente male – di formare una grande coalizione in grado di conferire all’Italia la stabilità di cui necessità per navigare nel mare agitato della crisi economica e della speculazione finanziaria.
Nel calderone delle mille possibilità (ed opportunità) a disposizione di chi predica ed auspica la fine del sistema bipolare, la simpatia politica, in termini di scelta, va da sé, espressa dal corpo elettorale verrebbe di fatto ignorata, preferendosi invece un accordo stretto sotto banco e di certo non alla luce del sole per mantenere spazi di governabilità (e di visibilità) che un sistema maggioritario non potrebbe garantire a schieramenti che finiscono per collocarsi al centro della contesa politica.
Meglio quindi un ritorno al passato per dare (ulteriore) spazio ai fantasmi della politica nostrana o interpretare il sentimento prevalente degli italiani e mantenere ciò che di positivo è stato realizzato dal 1994 in poi? Ai posteri l’ardua sentenza.
Angelica Stramazzi









