Ad un mese esatto dall’esito delle elezioni politiche, il nostro Paese versa ancora in una situazione di persistente (e preoccupante) stallo politico – programmatico: le principali forze in campo, con in testa il Partito Democratico guidato dal segretario Bersani, non sanno che pesci pigliare; e tutto quello che riescono a proporre è una fuga dalla realtà, un tapparsi gli occhi e turarsi le orecchie (oltre che il naso) per non prendere coscienza della drammaticità della situazione. Viene da pensare che, in un simile scenario, il ritorno alle urne - non prima di aver però modificato l’attuale legge elettorale ed introdotto alcune significative riforme strutturali - potrebbe essere l’unica soluzione: una sorta di rito di pulizia, di profonda igiene fuori e dentro il Palazzo. Tutto invece pare ruotare attorno agli sbalzi d’umore – e alle rocambolesce proposte – di Beppe Grillo, leader carismatico (insieme a Casaleggio) di una formazione che non vuole definirsi partito. Ma che, stando alle frequenti opere di scomunica indirizzate nei confronti di chi osa dissentire dalla linea del Capo, sembra sempre più assumere le caratteristiche di una setta chiusa e ripiegata su sé stessa, accessibile a pochi eletti ed aperta solamente a persone che la pensano nello stesso modo. Priva di stimoli esterni e di sollecitazioni altre rispetto a quelle dettate dal guru del web Casaleggio, la setta – M5S offre ogni giorno uno spettacolo inquietante e difficile da gestire, anche per quegli operatori dell’informazione che, in questi ultimi anni, hanno fronteggiato qualsiasi tipo di evenienza o situazione emergenziale: conferenze stampa in cui i giornalisti inviatati non possono porre domande, essendo ridotti a dover recitare la parte di semplici spettatori silenti e consenzienti; disprezzo nei confronti di chi svolge un mestiere che, nonostante le derive e le deviazioni, resta pur sempre meritorio, se non altro perché contribuisce – seppur in minima parte, visto che ormai quasi più nessuno ricorre alla carta stampata per informarsi – ad abbattere muri e barriere, dando spazio alla parola, all’inchiesta. Alla verità.
Mentre quindi è in atto una vera e propria rivoluzione nel modo di comunicare e fare informazione, con schiere di giornalisti costretti a rincorre un ex comico incappucciato o a porgere domande rivolti verso automobili che sfrecciano a tutta velocità, il M5S sta commettendo – sempre che si possano avanzare delle legittime e libere osservazioni – degli errori di comunicazione, sia interna che esterna. Internamente infatti, il movimento di Grillo è ormai cristallizzato attorno a logiche che richiamano la vita di caserma: cieca ubbidienza, risposta immediata (ed inconsapevole) a qualsivoglia tipo di comando o richiesta del Capo, riduzione delle facoltà intellettive umane ad un semplice assorbimento di qualcosa che è stato già deciso e teorizzato. Passando dalla sfera interna a quella esterna invece, va rilevata non poca confusione in termini di linguaggio utilizzato e di contenuti (pochi) sviluppati: la scomunica che viene confusa con mero dissenso, l’espulsione che viene fatta passare come un allontanamento dal movimento stesso, la libertà di voto e di espressione puntualmente censurata e calpestata.
Potendo contare anche sulle abilità di comico acquisite nel corso della sua carriera, Grillo mette in campo una continua trasformazione di contenuti e concetti, di messaggi e richiami che, inevitabilmente, finiscono per generare confusione, provocando smarrimento anche nei più accorti osservatori e commentatori. Una strategia di questo tipo, basata giustappunto sulla continua mistificazione della realtà, su proposte irrealizzabili e francamente utopiche, rischia di destabilizzare un sistema già di per sé fragile e provato dai numerosi colpi bassi inferti in questi anni al cuore delle nostre istituzioni politico – rappresentative. Ecco perché Beppe Grillo dovrebbe giocare a carte scoperte, se non altro per mostrare fedeltà nei confronti del suo numeroso elettorato, composto in prevalenza – viste le statistiche - da giovani, ossia da quella fetta di popolazione che prova un profondo senso di smarrimento e di frustrazione. Operare continuamente confusioni terminologiche e contenutistiche non aiuta al miglioramento della qualità del nostro sistema democratico, così come, al tempo stesso, non contribuisce ad elevare il livello del dibattito pubblico: la chiarezza, non solo programmatica, ma anche lessicale e comportamentale, a volte vale più di qualsiasi stratagemma o via di fuga. Soprattutto in questo delicato ed instabile momento di transizione.
Angelica Stramazzi
Twitter @AngieStramazzi









