Mercoledì 24 Aprile 2013 09:24

Renzi a Palazzo Chigi: un’occasione o una trappola?

Autore:  Sebastiano Solano

Matteo Renzi è davanti a quella che potrebbe diventare la partita della sua vita. Si trova in cima ad una montagna e deve decidere se spiccare il volo o lasciarsi cadere, forse definitivamente. Tra i nomi che circolano per la carica di presidente del Consiglio incaricato c’è il suo. E’ una partita delicatissima che solo qualche giorno fa lo stesso Sindaco di Firenze non immaginava nemmeno lontanamente di giocare. Non da questa posizione. Sperava nel fallimento dei tentativi del segretario Bersani di formare il governo e poi subito un ritorno alle urne. Invece no.

I partiti hanno giocato il jolly e hanno rieletto al Quirinale Giorgio Napolitano, che a brevissimo potrebbe affidare l’incarico di formare il governo proprio a lui. Un’occasione? Una trappola? Difficile dirlo ora. La cosa certa è che ora il rottamatore è in campo. Da titolare. Magari Napolitano non gli affiderà l’incarico, magari il suo nome è stato fatto per ‘proteggere’ una qualche altra personalità che il capo dello Stato ha in mente, ma se così non fosse la storia cambia. Per cui si può tentare di evidenziare le conseguenze delle scelte di Renzi. In una direzione o nell’altra.  Sono tanti, tantissimi, i fattori che potrebbero portare Renzi a rifiutare un eventuale incarico. Molti di meno quelli invece lo spingono, eventualmente, ad accettare.

In questa partita non contano più i partiti, le appartenenze, i fedelissimi, i nemici interni ed esterni. Basti pensare che Arturo Parisi, che alle Primarie lo ha sostenuto, ha già fatto sapere al diretto interessato che salire a Palazzo Chigi sarebbe un errore, mentre è stato Matteo Orfini, bersaniano di ferro, ad indicarlo ufficialmente come possibile candidato alla premiership. Lo stesso Orfini che nella sfida con Bersani durante le Primarie non gliene ha risparmiata una, attaccandolo e combattendolo anche in modo feroce. E’ questa la prima ragione che potrebbe spingere Renzi a rimanere a Firenze, a continuare a fare il Sindaco, a rinviare la sua ‘discesa in campo’. La seconda motivazione è ancora più forte: i primi a caldeggiare un suo incarico di governo sono stati alcuni esponenti del Pdl, e nello specifico Bondi,  Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e Flavio Tosi della Lega Nord. Tutti del centrodestra, tutti suoi avversari politici. Perché lo avrebbero fatto? Per ‘bruciarlo’, come ormai si dice, indicandogli e aprendogli la strada, e anzi una prateria, alla fine della quale c’è un muro alto e possente su cui Renzi e ogni suo progetto si schianterebbero. Un suo fallimento nell’azione di governo lo metterebbe fuori dai giochi. Definitivamente. Direbbe addio per sempre ad ogni ambizione di cambiare il Paese. Sarebbe, secondo questa interpretazione, un colpo di genio, l’ennesimo, di Berlusconi, che si libererebbe di un avversario politico, l’unico che davvero teme, quando si tornerà nuovamente alle urne.

Tutti segnali, questi, che consiglierebbero a Renzi di non farsi trascinare, di attendere a bordo campo, in attesa di tempi migliori. Ma Renzi freme, non vede l’ora di misurarsi con la politica vera, quella nazionale. E lo vuole fare da protagonista. Meglio: da protagonista principale, se possibile assoluto. E se eventualmente gli venisse proposto non è detto che si tiri indietro. Anzi. Già il fatto che non abbia smentito l’ipotesi di ricevere l’incarico , limitandosi ad un sibillino “sarebbe fantastico, ma è improbabile” significa che ci sta pensando seriamente. A ciò si aggiunga che nell’ultima direzione del Pd a fare il suo nome in maniera esplicita è stato Umberto Ranieri, vicinissimo a Napolitano. Segno che l’ipotesi di Renzi al governo è sul piatto.

Ma perché dovrebbe farlo? Per diversi motivi. Primo: non è detto che questo governo duri solo “un annetto”, come pure molti, in maniera trasversale schieramenti, auspicano. In cima al Colle ci sta Napolitano e nel discorso di ieri l'altro è stato chiarissimo: ora si fanno le riforme, tutti insieme. C’è già la base da cui partire: il documento dei ‘saggi’, che non sono proprio quei “due tre punti” di cui tutti parlano. La seconda ragione per cui varrebbe la pena rischiare ha un nome: Giorgio Napolitano, che farebbe per Renzi da scudo umano contro le “convenienze, i tatticismi e gli strumentalismi” dei partiti, indicati ieri dal capo dello Stato come i veri responsabili dello stallo attuale, mettendolo al riparo dagli agguati dei parlamentari. Il capo dello Stato ha in mano due armi formidabili di deterrenza: il potere di scioglimento delle camere e le dimissioni. Se pure qualcuno volesse mandare tutto all’aria, facendo quindi dimettere Napolitano, dovrà assumersi la responsabilità davanti al Parlamento e spiegarlo agli elettori. Ma la vera arma del Sindaco di Firenze ha un altro nome: Matteo Renzi. Politico abile, carismatico, verace, allergico a tatticismi e politicismi, poco teorico e molto pratico, Renzi potrebbe sparigliare le carte e decidere di buttarsi. Un suicidio? Non è detto. Chi in una situazione come quella attuale, contrassegnata da una crisi politica, istituzionale, economica e sociale senza precedenti, si butterebbe nella mischia? Chi senza nulla da guadagnare e tutto da perdere lo farebbe? Forse nessuno. Renzi invece potrebbe farlo, potrebbe essere la sua occasione. Addirittura l’ultima. Prendere in mano il Paese e dargli fiducia e speranza innanzitutto, per poi portarlo fuori da quest’interminabile tunnel.

Ha tutte le carte in regola per riuscirci e potrebbe farcela, a meno che qualcuno, per puri interessi di bottega o peggio personali, non gli metta il bastone tra le ruote. Ma a quel punto sarà lui a doverlo spiegare agli elettori, non Renzi, il quale sarebbe invece visto e giudicato dagli elettori per gli atti da se compiuti. E se questi atti saranno positivi, se dopo cinque anni di crisi nera Renzi ci avrà fatto quanto meno intravedere la luce, se ci avrà fatto emergere dall’ormai ventennale pantano della politica, allora il giudizio non potrà che essere anch’esso positivo.

Sebastiano Solano

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