Lunedì 29 Aprile 2013 10:28

La lezione degli attacchi di Boston

Autore:  Cristiano Bosco

Le forze di polizia di Boston e le unità antiterrorismo di tutta America non sono gli unici corpi messi alla prova dagli attentati omicidi dello scorso 15 aprile. A passare momenti, ore, giornate difficili, naturalmente con le dovute proporzioni, sono stati anche i cosiddetti “press corps”, la stampa, e i media in generale. Il mondo del giornalismo, i media e i new media, negli attimi e nei giorni immediatamente successivi alle esplosioni causate dai fratelli Tsarnaev che hanno ucciso tre persone ferendone altre duecentoottantadue, sono stati sotto la lente di ingrandimento degli Stati Uniti e, di riflesso, di tutto il mondo. Attimi, secondi e minuti concitati, dopo le bombe a pochi passi dal traguardo della Boston Marathon e durante la caccia all'uomo che ha paralizzato l'intera città, in cui le notizie e le voci si sono mescolate, spesso facendo scontrare l'attuale verità con l'assoluta invenzione, con un intreccio tra fatti e leggende metropolitane.

Better to be right than first, ovvero è meglio essere nel giusto che i primi, recita una regola non scritta del giornalismo d'oltreoceano, secondo la quale la corsa allo scoop e alla notizia deve essere necessariamente subordinata alla veridicità della notizia stessa. In tempi recenti, purtroppo, tale regola non sempre è stata rispettata, come dimostrato a metà del 2012 dalla “breaking news” lanciata da alcuni grandi network Usa relativa alla presunta bocciatura di una parte essenziale della riforma sanitaria di Obama (il mandato individuale, pietra angolare della legge stessa) da parte della Corte Suprema, la quale aveva invece fatto l'esatto contrario. A nulla sono servite le successive smentite, a latte ormai versato: la figuraccia per CNN, e di conseguenza per tutti gli organi di informazione che hanno rilanciato la notizia, era ormai inevitabile. Ma la lezione dell'epoca sembra non essere servita, come confermato dai fatti di Boston e da come (non) sono stati raccontati.

La “colpa” dev'essere di Twitter. Il social network che, più di ogni altro, ha implementato, affiancato, sostituito i mezzi di informazione, da tempo ormai recita una parte da protagonista in occasione di ogni evento di rilievo, si tratti della Primavera Araba, del confronto televisivo tra candidati alle Primarie del Partito Democratico, o degli attentati di Boston nel Patriots' Day. Sono centinaia, migliaia, milioni i “tweet” che si susseguono, istante dopo istante, per raccontare quanto sta accadendo, mentre sta accadendo. E anche in questo, tragico, caso, Twitter ha, di fatto, rappresentato la fonte principale di aggiornamento per molti, giornalisti compresi. “Ciò è stato positivo – qualche volta”, nota il blogger del Washington Post Chris Cillizza, “Twitter mi ha aiutato a comprendere dove sono esplose le bombe, inviato reporter sul posto a Watertown giovedì notte e diffuso immagini di una Boston deserta con le squadre SWAT che cercavano i sospetti”, nota. “Ma è stato anche negativo: l'immediatezza di Twitter significa che un momento di giudizio sbagliato da qualcuno che ha molti follower – o di qualcuno con pochi – può distorcere la copertura di un evento per minuti od ore”. E così è avvenuto: nel corso dell'inseguimento dei fuggitivi, alcuni grandi network – con la sola esclusione della NBC – hanno annunciato l'arresto di un sospettato, effettivamente non avvenuto, per poi dover smentire quanto dichiarato poco prima.

Gli attacchi di Boston hanno messo alla prova l'universo della comunicazione e dell'informazione anche in un altro episodio, potenzialmente assai più grave di uno (seppure imperdonabile) scivolone giornalistico: la caccia all'uomo sui social network e sui giornali. A dispetto della estrema e doverosa prudenza da parte delle forze dell'ordine, alcuni siti quali Reddit e 4Chan, rispettivamente il più famoso centro di “social news” e un diffuso imageboard, hanno provato ad aiutare gli investigatori pubblicando online foto di quanto successo, chiedendo agli utenti di identificarsi e di identificare le persone nelle immagini, così da poter eventualmente individuare i colpevoli dell'attentato. Un vero e proprio esperimento di crowdsourcing per le indagini, fallito però miseramente in quanto tramutatosi in una agghiacciante caccia alle streghe tra falsi sospettati, piste fasulle, commenti a sfondo razziale e post carichi di odio, in un trionfo di perdita assoluta della privacy. Un esito inconcludente, e per certi aspetti pericoloso, che ha persino portato il quotidiano New York Post ad accusare un individuo poi rivelatosi del tutto innocente ed estraneo ai fatti.

Dal caso delle bombe di Boston, quindi, una parte del giornalismo a stelle e strisce – che resta comunque esempio di libertà, indipendenza e autorevolezza – esce con le ossa rotte.

A emergere invece come trionfanti dalla vicenda, sono stati veterani quali Pete Williams della NBC (autore di un “chiaro, ponderato, accurato resoconto in un mare di confusione”, come definito da The Atlantic Wire) o Sari Horwitz e Doug Frantz del Washington Post. I quali, nella frenesia generale, non hanno fatto altro che seguire un modus operandi ben riassunto – proprio su Twitter – dall'ex addetto stampa del Presidente George W. Bush, Ari Fleischer: 1. non fate ipotesi; 2. i resoconti saliranno alle stelle, e gli elementi che la gente ha ignorato saranno presi in considerazione; 3. i primi resoconti cambieranno; 4. non ritwittate tweet clamorosi/estremi: le voci non aiutano; 5. per i portavoce, non escludete troppi elementi: aspettate di sapere. Sarebbe riduttivo ed errato fare un poco sensato paragone tra old e new media, carta stampata, televisione, Internet e social network. A fare la differenza, ancora una volta, non è stato il mezzo utilizzato. Ma la competenza nel valutare, discernere, fornire le notizie.

Cristiano Bosco

TW @cristianobosco

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