Baroni costretti a disfarsi delle loro agiate fortezze, privati dell’antico titolo di “signori” e obbligati a versare tributi a sostegno dei bisognosi. Roba da perdere la testa. Non stiamo parlando né di Beppe Grillo né dell’Italia malandata dei nostri giorni. E la testa, in questa storia, la si può perdere davvero. Siamo nella Roma della metà del 1300 o giù di lì. La città è ostaggio della più totale anarchia baronale. Poche famiglie signorili dominano l’Urbe in modo del tutto privatistico e predatorio, spartendosi le risorse e spolpandola lentamente. La legge esiste solo sulla carta, la giustizia è un concetto del tutto sconosciuto e ogni genere di crimine e malaffare imperversa senza che nessuno sia in grado di porvi un argine. Nessuno, fino al 1347, anno dell’ascesa al potere di un figlio del popolo, uomo di umili origini. Il suo nome è Cola di Rienzo.
Cola è un trasteverino doc, figlio di un taverniere e di una lavandaia. Ma, a differenza dei suoi “pari”, ama i classici, li studia e sogna una Roma che possa tornare ai fasti di quel passato in cui regnavano ordine e giustizia. Ma Cola è anche un uomo d’azione, tribuno di vocazione e brillante oratore. In breve conquista i rappresentanti del popolo con le sue tecniche sceniche e oratorie che ne fanno uno dei personaggi più moderni della storia, precursore di quelle che poi sarebbero state le strategie di comunicazione dei grandi tribuni politici della nostra epoca, da Giannini ad Achille Lauro per poi arrivare a Berlusconi, a Bossi e, finalmente, a Beppe Grillo. La Chiesa, fiutando l’occasione, lo spalleggia sperando, invano, di riportare Roma sotto il suo diretto controllo.
Grillo si rivolge, con piglio populista e a tratti qualunquista, al cittadino “comune”, al “chiunque” stanco delle vessazioni e del malgoverno endemico e radicato dei baroni della politica. Ma il campionario non finisce qui: ci sono anche i piccoli e medi imprenditori strangolati da uno Stato che li vampirizza senza dar loro nulla in cambio, decretandone così il fallimento e, sempre più spesso, il suicidio. E, infine, i produttori agricoli e i contadini che non trovano più sbocchi per le loro merci in un mercato tutto sbilanciato verso la grande distribuzione organizzata. Per Cola di Rienzo non è poi così diverso. Dai suoi pulpiti improvvisati tra le rovine dei Fori romani arringa i popolani che vanno a far compere nei mercati rionali e i bovattieri, cioè gli imprenditori agricoli della Campagna romana di allora. Con loro ci sono i grandi mercanti, i bottegai e gli artigiani. Tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono vittime dell’avidità dei baroni del tempo.
Conoscitore inconsapevole del concetto junghiano di archetipo secoli prima che lo stesso Jung lo elaborasse compiutamente, Cola si dimostra un comunicatore raffinato che sa utilizzare un doppio registro evocativo e icastico in grado di ammaliare e convincere sia l’umile analfabeta della plebe sia il notaio di elevata cultura. E, così come Grillo dispose che la consultazione con Bersani per la formazione del governo venisse filmata da una webcam e trasmessa in diretta streaming sul blog del comico, anche Cola costringe più volte la nobiltà locale e le autorità a partecipare ai suoi show istrionici.
Ma Cola è soprattutto il vero padre della cartellonistica politica fondata sugli archetipi e sulle suggestioni allegoriche che ritroveremo, secoli e secoli dopo, nella campagna elettorale italiana del 1948 e, di lì in poi, ma sempre di meno, in quelle successive.
Sulla parete del Campidoglio che dà sul mercato cittadino Cola fa installare un grande affresco: sullo sfondo di un mare in tempesta c’è Roma, sofferente e vestita a lutto, circondata da altre donne già morte che simboleggiano le antiche città potenti e cadute, come Babilonia, Cartagine, Troia e Gerusalemme. A sinistra, su due isolette, compaiono l'Italia e le Virtù cardinali, meste e intimorite. A destra, su un'altra isoletta, c’è la Fede cristiana che prega mentre i baroni, sotto le sembianze di leoni, lupi e orsi, la minacciano, seguiti da porci e caprioli che rappresentano i loro clienti. Ma l’affresco non risparmia nessuno: pecoroni, dragoni e volpi altro non sono che i rappresentanti del popolo che hanno preferito dedicarsi ai loro traffici privati e iniqui.
Per il secondo blitz iconografico Cola sceglie un muro all’esterno della chiesa di Sant’Angelo in Peschiera, davanti ai banchi dei pescivendoli. Qui, sulla sinistra, viene raffigurata una grande fiamma nella quale bruciano nobili e popolani e, un po’ più in là, Roma nei panni di una vecchia donna che cerca disperatamente di scampare al fuoco. Sulla destra, in cima all'altissimo campanile di una chiesa da cui sbuca l'Agnello, compaiono San Pietro e San Paolo che invocano la salvezza, mentre una colomba porta una corona di mortella e la passa a un uccellino affinché la rechi, in segno di salvezza, all'antica donna.
Ma lo show più moderno e più vicino allo stile e alle scenografie dei comizi politici di certi tribuni contemporanei, Cola lo allestisce in Laterano. Coincidenza, proprio là dove Beppe Grillo ha chiuso il suo Tsunami Tour prima delle scorse elezioni. C’è una folla immensa che si accalca sotto il palcoscenico, ricavato nel coro della basilica. Dietro, sul muro del coro, Cola ha fatto issare un’enorme tavola di bronzo che riporta il testo della Lex regia, l’atto con il quale il popolo romano trasferì la sua sovranità all’imperatore Vespasiano. La lastra è inserita al centro di un altro affresco che rappresenta il Senato romano nell’atto di conferire i poteri a Vespasiano. Con questa performance Cola costruisce ad hoc e ottiene, di fatto, la sua legittimazione dal basso. Ma, alla fine, sono proprio le crescenti stravaganze di Cola, sempre più simili a megalomanie, ad alienargli l’appoggio dei sostenitori della prima ora nella sua perenne lotta contro i baroni. E la sua fine è rapida quanto la sua ascesa: il tempo di un fendente ben assestato.
Francesco Colamartino









